Archive for giugno, 2013

Mist3ri

Philadelphia Experiment.

Realtà o Fantasia

Nel 1943 la marina statunitense decise di tentare un esperimento (conosciuto come “Philadelphia Experiment” o “Project Rainbow”) sulla base della teoria del “Campo Unificato” di Albert Einstein.

philadelphia00

Alle 17.15 del 28 ottobre del 1943, uno sconvolgente esperimento venne compiuto a Philadelphia; un cacciatorpediniere, l’USS Eldrige-codice DE 173, scompave con tutto il suo equipaggio mentre era in mare, nei pressi del molo di Philadelphia, e ricompave dopo pochi minuti, a Norfolk, Virginia.

Ancora qualche minuto e la nave scomparve di nuovo, tornando nel molo di Philadelphia, nello stesso punto in cui si trovava precedentemente.

Il progetto, conosciuto con il nome di “Philadelphia Experiment”, aveva lo scopo di rendere invisibili le navi agli occhi dei nemici durante la seconda guerra mondiale.

Per farlo, era necessario generare un campo magnetico di incredibile intensità intorno alla nave stressa, installando nel suo guscio un’apparecchiattura composta da cavi elettrici, lungo tutta la circonferenza dello scafo.

Così, facendo passare una corrente di una certa intensità attraverso questo anello di cavi, si sarebbe creato un campo magnetico in grado di annullare il campo magnetico stesso della nave.

Tale processo, che prende il nome di Degaussing, viene montato standard sui monitor dei computer e sui televisori, per evitare la magnetizzazione del tubo catodico.

Alcuni ricercatori, erroneamente, hanno tentato di rendere invisibile un oggetto partendo dal suddetto principio, ma sottoponendo l’oggetto stesso ad altissimi voltaggi di corrente e applicando all’esperimento la Teoria dei campi unificati di Einstein (che si rivelò, purtroppo, incompleta in questo tipo di applicazione).

Un campo magnetico simile avrebbe dovuto creare una sorta di cupola riflettente, in grado di rendere invisibile, agli occhi dei nemici, ciò che conteneva al suo interno, come accade nei miraggi.

L’apparecchiatura di Degaussing, così modificata, fu installata nel guscio della nave USS Eldrige.

L’esperimento, svolto una prima volta il 22 luglio del ’43, venne ripetuto nell’ottobre dello stesso anno a Philadelphia, ma, mentre nel primo caso si ottenne l’invisibilita della nave, con conseguenze relativamente gravi sui componenti dell’equipaggio, che avvertirono nausea e capogiri, le conseguenze del secondo esperimento furono devastanti.

La nave, questa volta, scomparve realmente dietro un forte flash azzurro, materializzandosi in Virginia e, successivamente, di nuovo nel molo di Philadelphia.

Alcuni marinai scomparvero totalmente, altri impazzirono e 5 di loro furono ritrovati fusi con il metallo della struttura della nave.

Gli uomini che riuscirono a sopravvivere non furono più gli stessi e riportarono conseguenze irreversibili nel sistema nervoso centrale.

Nonostante le numerose testimonianze, a tutt’oggi, tra le annotazioni nel ramo operativo degli archivi del centro storico navale, ripetutamente consultate, non esiste alcun documento che confermi l’evento.

Inoltre, l’esperimento, insieme alla nave, avrebbe “teletrasportato” circa 1900 tonnellate di acqua, per colmare il vuoto lasciato dalla nave, con il risultato di creare una enorme onda che avrebbe sommerso la baia di Philadelphia.

Ma anche di questa conseguenza non esistono documentazioni attendibili.

philadelphia01  philadelphia02

philadelphia03  philadelphia04

La nave avrebbe dovuto essere invisibile grazie ad un fortissimo campo magnetico.

Dopo quasi sessant’anni di silenzio, merita rileggere alcuni particolari della storia comparandoli con avvenimenti del presente.

Parlando degli effetti cui furono sottoposti gli uomini si dice che “sbiancavano”, ovvero divenivano trasparenti fino all’invisibilità.

Si usava il termine “preso nella spinta”, “bloccato nel verde”, quando il soggetto non era più in grado di riapparire senza l’aiuto degli altri che si prodigavano a toccarlo prima che finisse “congelato”.

Un uomo congelato non era più visibile, era “bloccato nella melassa”, “preso nel flusso”.

Occorreva segnare la posizione occupata e il compagno, avvicinandosi al punto, cercava la parte del suo corpo non coperta dall’uniforme, come il viso e le mani, cercando di riportarlo indietro.

Sembra che la Marina abbia speso cinque milioni di dollari per equipaggiamenti elettronici adatti al recupero e avesse un luogo di fonda riservato e speciale.

Adesso c’è chi dichiara che il fatto è veramente avvenuto, ma aveva uno scopo ben diverso da quello apparente.

Le forze toccate, o trattate inavvertitamente, si rivelarono più grandi di quanto immaginato e la situazione sfuggì al controllo finendo in tragedia.

Qualsiasi rimedio cercato non portò a esiti positivi e i morti esigevano il silenzio sull’intera questione.

Non fu intrapreso nessun altro esperimento del genere. Senza saperlo era stato trovato il modo di smaterializzare la materia.

Vi sono alcuni film nei quali, il regista, cerca di raccontare come si muovono le cose.

Ultimamente si è visto con “Contact”, tratto dal bestseller di Sagan.

Tradurlo in immagini non era facile.

Colpisce il modo con il quale è stato rappresentato il passaggio nel tempo e nello spazio nei film come “Stargate” e “Time Coop”. Entrambi i registi, Emmerich nel primo e Peter Hyams nel secondo, visualizzano il punto di passaggio tra le dimensioni in una zona circolare, ove l’aria assume l’apparenza di una membrana vibrante, elastica, quasi appiccicosa, che rende bene l’effetto “melassa” o “flusso” dell’aria ionizzata.

Manson Valentine, dichiarò nel 1974, in merito alla propulsione degli Ufo, che potevano utilizzare reattori di energia a fusione atomica, non a fissione, creando un campo magnetico che permetterebbe alte velocità.

Per questo si vedrebbero Ufo prelevare acqua dai laghi.

Secondo Valentine, nella nostra atmosfera poteva essere utilizzato un velivolo discoidale dotato, tutt’intorno, di generatori a raggi catodici in grado di ionizzare l’aria davanti al veicolo, formando un vuoto entro il quale si muoverebbe l’apparecchio.

Jessup pensava di utilizzare l’energia dei campi magnetici per trasportare materia trasformata, da una dimensione all’altra.

La sua teoria spiegherebbe l’incidente di Mantell che si disintegrò col suo aereo entrando nel campo ionizzato.

Abbiamo notizia dalla rivista New Scientist che ricercatori russi e americani hanno sperimentato un modello di disco volante al Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, vicino a New York, sotto una équipe guidata dagli scienziati Leik Myrabo e Yuri Raizer.

L’avvenimento è riportato anche dal quotidiano “La Nazione” del 16-2-1996: “Il veicolo sarebbe in grado di raggiungere elevatissime velocità con un consumo minimo grazie ad un raggio laser, o a microonde, che, puntato nella direzione desiderata, crea una sorta di cono mobile che lo risucchia.

Il raggio surriscalda lo spazio davanti al disco, fondendo le molecole d’aria che si trasformano in un plasma che fluisce verso il disco e crea un’area a forma di cono in cui l’attrito è minimo”.

Valentine ebbe a dichiarare in una intervista che i motori ionici erano noti fino dal 1918 ma il loro funzionamento veniva tenuto segreto.

I fisici conoscevano bene quali fenomeni potevano derivare dalla generazioni dei campi magnetici ad alta intensità e ne erano spaventati.

Valentine dichiarò che gli scienziati erano concordi nel considerare che la struttura atomica è essenzialmente elettrica, in una complicata interrelazione di energie.

La generazione volontaria di condizioni magnetiche influenza un mutamento di fase nella materia distorcendo l’elemento tempo, che non è indipendente ma fa parte della particolare dimensione materia-energia-tempo, come quella in cui viviamo.

In un universo così flessibile il passaggio da una fase all’altra equivale al passaggio da un piano di esistenza ad un altro; ossia vi sono mondi nei mondi.

Si sospetta da tempo che il magnetismo si un agente attivo in questi mutamenti potenziali e drastici.

L’uso di tale risonanza magnetica equivale al trasferimento della materia in un altro livello o dimensione.

Per Jessup ogni campo elettrico generato in una bobina rappresenta un piano, ma poiché esistono tre piani di spazio ci deve essere un altro piano, forse gravitazionale.

Collegando i generatori elettromagnetici in modo da produrre un impulso magnetico è possibile creare questo campo con il principio di risonanza.

Ne consegue che un campo gravitazionale puro può esistere senza un campo elettromagnetico, ma un campo elettromagnetico non può esistere senza campo gravitazionale che lo accompagna.

philadelphia05

Uno dei tanti misteri legato al triangolo delle Bermuda.

In effetti quali porte ha aperto, anche se casualmente, l’esperimento Philadelfia?

Quali risultati sono stati raggiunti in seguito?

Sono emerse altre storie dalle quali si apprende che gli esperimenti sono continuati. Anche se tutto sembra un racconto fantastico.

L’interesse che ha suscitato l’intera vicenda ha spinto molti ad interessarsene rivelando retroscena interessanti.

Un certo Alexander Strang Fraser, canadese, enuncia una nuova teoria riguardo al campo generato intorno alla nave oggetto dell’esperimento Filadelfia; tale campo non sarebbe stato di natura elettromagnetica ma termico.

Fraser dichiara che attraverso l’utilizzo dell’elettromagnetismo la deformazione spazio tempo avrebbe prodotto enormi anomalie gravitazionali che non sono state registrate nella vicenda.

Analizzando le testimonianze si possono trovare prove a conferma di tale tesi. Allende parla di “bruciature” e di una situazione ottica simile all’effetto dell’aria riscaldata.

Noto effetto miraggio dove gli oggetti appaiono e scompaiono solo otticamente dietro un paravento di aria evanescente e tremolante che rifrange la loro immagine.

L’aria verrebbe riscaldata utilizzando onde soniche di alta intensità prodotte da ultrasuoni che emettono solo un particolare “ronzio” notato anche da Allende.

Quest’ultimo ha parlato anche di “flusso di spinta” che ricorda il vento sonico prodotto da una sirena sonica; vento rilevabile da una persona posta a poca distanza dal meccanismo.

È noto da tempo che le vibrazioni e il calore prodotto dal campo sonico sono nocivi alle persone e quindi per un eventuale equipaggio che ne verrebbe colpito.

Tale utilizzo spiegherebbe anche l’opacità verdastra prodotta, che richiama la nube segnalata nelle sparizioni avvenute nel Triangolo delle Bermuda e nell’esperimento Filadelfia; un fenomeno di suono-luminescenza prodotta dagli ultrasuoni.

Anche Allende parla di questa foschia verde, una nebbia simile ad una sottile nube che lo fece pensare alla foschia delle particelle atomiche, dentro la quale la nave divenne invisibile all’occhio umano, lasciando la sua forma dentro l’acqua del mare.

Tornando a Morris Jessup, egli dichiarò che l’esperimento venne effettuato utilizzando elettromagneti che producono campi elettromagnetici alternati, detti smagnetizzatori; questi, pulsando su frequenze di risonanza, creavano un campo magnetico di forte intensità intorno alla nave.

Vennero usate le onde note come ELF. Frequenze attuate su radiofrequenze causate dall’intenso campo magnetico non alternato prodotto da un magnete. Si tratta della Risonanza Magnetica Nucleare.

In pratica fu prodotto un campo antigravità troppo intenso per uno spazio di poche centinaia di metri.

Nell’esperimento venne usato il campo magnetico terrestre che produce una risonanza nucleare molto densa proprio nella fascia delle onde ELF, studiate da Nicola Tesla.

Singolare che alla sua morte, nel gennaio 1943, tutti i documenti riguardanti tali onde vennero confiscati dall’FBI.

L’esperimento fu effettuato nell’ottobre del 1943.

La risonanza magnetica, che utilizza il campo magnetico terrestre, è applicabile solo in luoghi lontani da campi magnetici artificiali quindi gli esperimenti devono essere effettuati in posti isolati come uno specchio di mare.

Considerando quanto subì l’equipaggio dobbiamo annotare l’influenza delle ELF sul cervello umano; questo spiegherebbe anche la continuazione in segreto degli studi sotto il nome di “Progetto Montauk”, ex “Progetto Phoenix”, che prevedevano il controllo della mente.

In certi momenti dell’anno, quando si creano le giuste temperature, viene generato un gigantesco generatore, ove la Terra è una piastra e l’atmosfera superiore l’altra.

Il campo magnetico terrestre avvolge queste piastre elettrostatiche e quando la Terra si trova in una certa inclinazione rispetto alla velocità della particella di alta energia che carica le piastre di questo condensatore viene travasata nelle zone di uragano.

Questo richiama la teoria di Tesla.

A riprova si può trovare un collegamento fra la tecnologia adottata nell’esperimento Filadelfia e la moderna tecnica medica della risonanza magnetica nucleare, come viene descritta in un’enciclopedia scientifica.

A conferma anche le descrizioni di Alfred Bielek riguardo alle attrezzature consistenti in quattro trasmettitori di RF per produrre un campo di rotazione.

Il componente magnetico dei campi era generato da quattro grandi bobine regolate sulla piattaforma della nave e fatte funzionare da due generatori situati nella stiva.

Inoltre Bielek fa un’affermazione sconcertante: “Anche se alcuni uomini sopra la piattaforma sono stati danneggiati fisicamente, fritti dai campi, attraverso quest’esperimento è stata trovata una cura elettromagnetica per il cancro.

La Marina lo ha nascosto e si rifiuta di rivelarlo perché nel farlo sarebbe come ammettere che l’esperimento Filadelfia è realmente accaduto”.

Berlitz nel suo libro ha scritto: “…una variazione nella composizione molecolare della materia, indotta dal magnetismo intensificato e sonoro, potrebbe indurre un oggetto a sparire spiegando alcune delle sparizioni all’interno del triangolo delle Bermuda”.

Con l’energia negativa e l’antigravità è possibile viaggiare nella luce, nel vuoto, in altre dimensioni e andare indietro nel tempo.

Altri scienziati credono che la risonanza magnetica nucleare e l’esperimento Filadelfia siano connessi.

La risonanza Magnetica è conosciuta anche come “Immagine di Risonanza Magnetica”.

Nei primi anni ‘30, l’Università di Chicago investigo’ la possibilità di raggiungere l’invisibilità tramite, appunto, l’uso dei campi magnetici. Questo progetto fu poi trasferito al Princeton’s Institute of Advanced Studies. La ricerca era segreta e continuo’ fino agli anni ‘40.

Il test conclusivo fu fatto il 28 ottobre 1943. La “Navy”, cioè la marina militare americana ha fornito il diario di bordo della Eldridge ed il suo diario di guerra e non risulta che la Eldridge sia mai stata a Philadelphia (anche se ciò, ovviamente, non costituisce una prova, data la facile falsificabilità del documento in questione).

La Eldridge, secondo il diario di guerra, rimase a New York fino al 16 di settembre, quando parti’ per le Bermuda. Dal 18 di settembre al 15 di ottobre partecipo’ ad operazioni di addestramento e prove in mare.

Il 18 ottobre partì in un convoglio navale per New York e vi rimase fino al primo novembre.

L’uno ed il due novembre venne fatta navigare, sempre in un convoglio, in Norfolk e il tre parti’ per Casablanca, dove arrivo’ il ventidue novembre e rimase fino al ventinove e da dove riparti’ per New York. Arrivo’ a New York il diciassette dicembre.

Dal diciassette al trentuno dicembre viaggiò verso il Norfolk con altre quattro navi. Anche se questa cronologia non é completa (nel senso che il diario di guerra copre un periodo più ampio), copre l’arco di tempo “sospetto”.

Sembrerebbe quindi che la marina non fece mai esperimenti sulla Eldridge, ma il governo ha già effettuato in passato operazioni dette di “cover-up” (copertura) per ragioni di “sicurezza nazionale”; un esempio e’ il “Manhattan Project”.

Questa progetto segreto riguardava la costruzione della bomba atomica e rimase top secret fino a che la bomba fu effettivamente utilizzata.

La marina, alla ricerca di una risposta plausibile, suggeri’ che forse il Philadelphia Experiment era stato confuso con gli esperimenti di invisibilità alle mine magnetiche.

Questo procedimento e’ appunto noto come degaussing. La marina definì il degaussing come:

“…un processo mediante il quale un sistema di cavi elettrici viene installato lungo la chiglia della nave, da poppa a prua su entrambi i lati.

Una corrente elettrica misurata e’ passata attraverso questi cavi per cancellare il campo magnetico della nave.

L’equipaggiamento per il degaussing era installato nella chiglia e poteva essere reso operativo ogni volta che la nave era in acque che potevano contenere mine magnetiche…”

La soluzione del mistero dell’USS Eldrige e del Philadelphia Experiment sembra ancora lontana; nessuno sa cosa realmente sia accaduto, ma molti ne hanno parlato… …. forse, dietro questo forzato silenzio, si nasconde la più affascinante scoperta scientifica del XX secolo, una scoperta su cui, da oltre 60 anni, qualcuno sta ancora lavorando…

L’Astronauta di Palanque

Mist3ri

L’Astronauta di Palanque

astronauta di palenque (1)

La lastra tombale che ricopriva il sarcofago di Pacal.

 

Nel giugno 1952 un’equipe guidata dall’archeologo messicano Alberto Ruz, impegnata nel restauro di alcune rovine Maya di Palenque (Palenque è solo il nome dato dagli spagnoli durante il loro dominio alla località, il nome antico della città era «Na Chan Caan», letteralmente «La Casa del Serpente Celeste»!), situato nello stato messicano del Chiapas, rinvenne, all’interno di una piramide, il sarcofago di un re Maya di nome Pacal vissuto nel VII secolo d.C..

La scoperta fu fatta quasi per caso in un gruppo di rovine abbandonate da secoli e che la vegetazione, nonché pietre e detriti, avevano coperto quasi completamente.

Dobbiamo tenere presente che Palenque era già stata abbandonata quando vi giunsero i conquistadores.

La spedizione condotta di Ruz si occupò per mesi di questa importante scoperta, ma alla fine i risultali furono veramente sorprendenti.

Per sollevare il coperchio del sarcofago, pesante 5 tonnellate, fu necessario ricorrere a tecniche modernissime e all’interno fu rinvenuto lo scheletro di un uomo alto 1 metro e 73 centimetri con il volto coperto da una maschera di giada.

Si suppone si trattasse del re Pacal e certamente si trattava di un gigante se pensiamo che l’altezza media dei maya era sull’ordine del metro e 50 centimetri.

Di sicuro si trattava di un personaggio di tutto rispetto se a tutt’oggi questa rimane l’unica sepoltura rinvenuta in una piramide americana, e in America del Sud le piramidi finora scoperte sono molte.

astronauta di palenque (7)

La cosa che però fece più impressione, non appena la si poté osservare con calma, resta senz’altro la grossa lastra di pietra che copriva il sarcofago.

Per interpretarla furono usate le più varie e cervellotiche ipotesi, ma nessuna che fosse soddisfacente.

L’unica che, una volta osservata un’immagine della pietra, fosse plausibile è senz’altro quella che sembra anche la più incredibile e , forse, la più “impossibile”: l’ipotesi della capsula spaziale…! Entrando più nel dettaglio, la scena raffigura un uomo seduto in una sorta di abitacolo, piegato in avanti, con mani e piedi appoggiati ad oggetti di varie forme e dimensioni che ricordano congegni meccanici.

Dietro all’uomo vi è un blocco che fa pensare al “motore” della navicella. Il piede destro sembra essere appoggiato su un pedale ed addirittura l’uomo sembra avere un respiratore collegato al suo naso.

Inoltre, per finire, dalla parte posteriore della “navicella” fuoriescono delle fiamme.

Altra presenza “strana” è l’altrettanto famoso «guerriero maya», un personaggio scolpito su una stele nella stanza del sarcofago, riccamente parato e con in mano uno strano oggetto che potrebbe raffigurare tranquillamente un moderno fucile mitragliatore o un lanciafiamme.

Le caratteristiche somatiche.

astronauta di palenque (2)

Questo personaggio, raffigurato su una stele, è ufficialmente definito un “guerriero Maya”.

Egli stringe curiosamente nella mano destra uno “strano oggetto” dalla cui sommità escono lingue di fuoco, molto simile ad un moderno fucile mitragliatore qui paragonato proprio all’oggetto del guerriero.

Secondo l’archeologia ufficiale, ed anche secondo il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), il bassorilievo potrebbe essere spiegato come metafora di un sacerdote o di un re raffigurato al momento della morte, durante il passaggio dal mondo dei vivi all’aldilà, stilizzato attraverso dei simboli tipici della cultura Maya, ma, vista la particolarità della raffigurazione, nella quale troppi particolari riportano all’astronautica, sembra che tra le due interpretazioni la meno probabile sia proprio quella ufficiale.

Ovviamente tutto questo appare incredibile poiché si tratta di un reperto archeologico risalente a più di 1000 anni fa, ma basta osservare la pietra tombale per rendersi conto che la spiegazione più incredibile e anche la più soddisfacente.

Certamente pensare ad antichi maya scorrazzanti su razzi spaziali non è facile da dirigere: l’argomento è buono per un mediocre romanzo di fantascienza, ma tuttavia la piramide e la lastra di pietra di Palenque sono ancora là a ricordarci che molte volte la realtà è più incredibile della più incredibile fantasia.

astronauta di palenque (20)

Veduta della città Maya di Palenque.

Alberto Riuz Lhuillier, l’archeologo che scoprì la tomba di Pacal il grande Situata a 3000 mt di altitudine, nello stato messicano del Chiapas, sull’estremo lembo del confine messicano non lontano dai confini con il Guatemala, la città stato è rimasta quasi invisibile agli occhi umani per secoli, protetta dall’onnipresente giungla e da una nebbia provocata dallo scorrere del fiume Usumacinta, che provoca uno scambio termico con l’aria; già abitata nel corso del I secolo AC, Palenque ha visto crescere il suo prestigio lentamente ma con costanza, fino al massimo splendore che coincide con il regno di Kin Pacal detto il grande, che regnò dal 615 al 683 DC, data della sua morte.

Pacal portò lustro e splendore nella città stato, edificando templi e inaugurando una stagione di prosperità senza precedenti: alla sua morte lo splendore e la magnificenza della città stato diminuirono progressivamente, fino al X secolo, quando come già detto all’inizio la città venne progressivamente abbandonata, fino a diventare deserta del tutto.

Questo è uno degli enigmi che da sempre fanno ammattire gli studiosi; cosa può aver spinto la pololazione locale ad abbandonare un territorio così avanzato dal punto di vista della civiltà, una città ricca di templi, costruzioni e abitazioni?

astronauta di palenque (2)

Pacal il Grande.

Un catastrofe naturale è poco probabile, visto che avrebbe dovuto colpire non solo gli abitanti, ma anche i manufatti; forse vi fu un’emigrazione di massa di altri popoli che cacciarono i residenti, ma anche in questo caso vien da chiedersi dove siano finiti poi i nuovi abitanti, e sopratutto come abbiano fatto a conquistare la città stato senza intaccarne i monumenti.

L’ipotesi più probabile è un’emigrazione di massa dovuta all’improvviso inaridimento del suolo, che costrinse i Maya a lasciare la zona alla ricerca di un territorio fertile.

Ma ovviamente è solo una supposizione, perchè gli stessi Maya, se lasciarono scritto qualcosa sugli avvenimenti, videro tutte le loro testimonianze scritte distrutte dalla furia iconoclasta degli spagnoli, con i tristemente famosi auto da fè che bruciarono tutta la cultura scritta Maya salvo sporadiche eccezioni.

astronauta di palenque (22)

Alberto Riuz Lhuillier, l’archeologo che scoprì la tomba di Pacal il grande.

 

Comunque sia andata, Palenque diventò una ghost town, cosa dimostrata dall’arrivo degli spagnoli nel 1519.

I conquistadores, affamati di oro e pietre preziose, giunsero nella città con un piccolo corpo di spedizione guidato da Padre Pedro Lorenzo de la Nada; fu lui a dare il nome di Palenque alla città, traducendo male il nome Maya della città, ricordata dai discendenti del grande popolo che abitavano quella zona nel 1561 come la “terra con forti case, delle case robuste” Pedro Lorenzo de la Nada la chiamò fortezza, Palenque in spagnolo e da quel momento la città stato prese la denominazione che conosciamo ancor oggi; il religioso si integrò bene con la popolazione locale, riuscì a creare una comunità di indigeni locali e li convinse a ripopolare la città.

Lasciò i suoi protetti per tornare in Spagna, dove si preoccupò di costituire uno stato giuridico per la sua gente, portando con se tre campane da mettere nelle chiese che aveva costruito, una delle quali soltanto è sopravissuta fino ai giorni nostri.

astronauta di palenque (5)

L’ingresso della tomba di Pacal

Palenque ritornò nell’oscurità della storia, prima di essere nuovamente scoperta da Stephens e Catherwood, i due archeologi e viaggiatori che girarono in lungo e in largo il Messico, e che contribuirono in maniera determinante alla riscoperta di Chichen Itza; ma ancora una volta la città stato scomparve dalle cronache, prima di essere scoperta nuovamente, e questa volta in maniera definitiva, nel 1930, quando un gruppo di archeologi capitanati da M. A. Fernandez in collaborazione con F. Blom e Ruz Lhuillier intraprese una campagna di scavi che riportò alla luce tutti i templi più importanti della città, in particolare il Tempio delle iscrizioni.

Ed è qui che quasi vent’anni dopo avvenne un ritrovamento eccezionale, paragonabile per importanza a quello della tomba di Tutankamen, che, come vedremo, porterà a parlare dell “tomba del faraone Maya” Nel 1949 Alberto Ruz Lhuillier stava svolgendo una campagna di scavi sul territorio di Palenque; un giorno, mentre studiava con attenzione i petroglifi sul Tempio delle iscrizioni, che recavano 625 glifi ispirati alla storia del più grande dei capi di Palenque, Pacal, vide un passaggio segreto nel suolo, ostruito da macerie.

Con il fiuto che accompagna sempre l’archeologo di razza, Lhuillier intuì che quel passaggio doveva portare a qualche cosa di importante.

astronauta di palenque (6)

Iscrizioni sulle pareti della tomba

 

L’intuizione si trasformò in certezza quando l’archeologo vide che sotto le macerie c’erano delle scale; ma dovette attendere tre anni, prima di vedere la sua curiosità appagata; il tempo necessario a rimuovere le oltre 300 tonnellate di macerie che ostruivano il percorso.

Ma fu un’attesa premiata con una scoperta che rivoluzionò le conoscenze ul mondo Maya; perchè al termine di quella scalinata c’era una sala a volta, con al centro un sarcofago decorato, chiuso da una pesante lastra (5 tonnellate); sui lati della stanza, sulle pareti, erano raffigurati 9 dignitari; la stanza stessa misurava 9 mt di lunghezza, 4 di larghezza e 7 di altezza.

Quando venne rimosso il pesante coperchio, all’interno del sarcofago si rinvenne il corpo di un uomo, sul cui volto c’era una splendida maschera di giada.

astronauta di palenque (3)

La maschera funeraria in Giada di Pacal.

 

Era il corpo di Pacal il grande, sepolto con tutti gli onori, come il faraone egizio Tutankamen, come lui con il volto coperto da una maschera di straordinaria bellezza; come Carter rispose sinteticamente a Lord Carnavon “Vedo cose meravigliose”, così Lhuillier rispose sinteticamente a chi gli chiedeva dell’emozione provata nel momento in cui venne sollevata la pesante lastra tombale di Pacal.

“La prima impressione fu quella di contemplare un mosaico verde, rosso e bianco, ma poi il mosaico si scompose in dettagli e vidi ornamenti di verde giada, ossa e denti dipinti di rosso e frammenti di una maschera“

 astronauta di palenque (4)  astronauta di palenque (14)

 

Veniva quindi smentita la teoria che voleva le piramidi utilizzate solo a fini religiosi o politici; la cripta contenente il sarcofago di Pacal stava a dimostrare clamorosamente il contrario.

La eco della scoperta mise in subbuglio il mondo impolverato degli archeologi, sempre poco disponibili a rivedere le loro teorie; ma buona parte dello stesso mondo si schierò a difesa dell’autenticità del corpo di Pacal quando alcuni misero indiscussione l’identità del corpo ritrovato.

La principale obiezione riguardò lo stato di corrosione dei denti, che non corrispondevano ad un uomo di ottantanni; tuttavia non va dimenticato che Pacal non era un uomo qualsiasi del suo popolo.

Era un sovrano con dignità pari a quella di un dio, e con molta probabilità non doveva certo nutrirsi di mais o carne dura.

Ma la polemica più grande, quella che ebbe più vasta eco, riguarda la strana decorazione della lastra tombale del “faraone di Palenque“; la raffigurazione di Pacal, che ascende dal mondo terreno per avviarsi a diventare un dio venne scambiata per un astronauta che è a cavalcioni su un veicolo spaziale.

Uno dei primi a parlare dello “sconvolgente rinvenimento” fu lo scrittore Erich von Däniken, una specie di scienziato della domenica specializzato nell’elaborazione di fantasiose teorie che spiegano, attraverso l’intervento alieno, tutte quelle cose che richiedono conoscenze approfondite o studi completi.

L’ameno scrittore svizzero sostiene da tempo che sono stati gli alieni a contribuire all’edificazione delle piramidi e della sfinge, che sempre gli alieni sono intervenuti massicciamente per influenzare le civiltà Maya, Incas, Azteca, quella dell’isola di Pasqua e via dicendo, arrivando anche a vedere gli alieni dietro le apparizioni mariane di Lourdes e Fatima.

Accanto a lui va citato l’italiano Kolosimo, scomparso da tempo; lo stesso fervore “interventista alieno” pervade gli scritti di Kolosimo, che sposò la tesi stravagante di Von Daniken.

astronauta di palenque (10)

Parte superiore della stele.

Il Queatzcoatl, il serpente piumato (il passaggio allo stato di Dio).

astronauta di palenque (9)

Parte centrale della stele.

L’albero della vita (la vita terrestre).

astronauta di palenque (8)

Parte inferiore della stele.

Il mostro della terra.

La probabile spiegazione della lastra tombale.

 

In realtà guardando la lastra funeraria di Pacal, si scorgono elementi classici della religione Maya; c’è il mostro della terra, una pianta di mais (alimento fondamentale dei Maya), l’uccello piumato, il queatzl, comune amche agli Inca, che simboleggia l’essenza stessa della vita.

Ovviamente i cultori del mistero si sono affannati a spiegare con l’intervento alieno la non comune raffigurazione tombale.

Dimenticando, per esempio, che Pacal è raffigurato con addosso solo il perizoma, abbigliamento con il quale, fosse stato alla guida di un veicolo spaziale, avrebbe potuto al massimo alzarsi dal suolo per pochi metri.

Non solo; la raffigurazione è limitata solo alla lastra tombale, e se fosse stato vero un incontro ravvicinato tra i Maya e presunti alieni, sarebbe rimasta qualche traccia sulle pareti della tomba, sotto forma di documentazione, vista la rilevanza della cosa.

Del resto nel Tempio della croce, per esempio, elementi religiosi presenti sulla lastra tombale di Pacal sono raffigurati su alcune pareti.

astronauta di palenque (16)  astronauta di palenque (17)

Piantina della Citta Maya.

Tornando a Palenque, il sito presenta numerosi monumenti degni di grande attenzione.

In primis va citato il gruppo costituito da tre templi, il Tempio della Croce, quello della Croce Fogliata e il Tempio del Sole, edificati sotto il governo del figlio del grande Pacal, quello di Chan Bahlum (o Chan Balám – Serpente Giaguaro), salito al potere lo stesso anno della morte del padre, il 683.

Siamo nel periodo di massimo fulgore dell’architettura Maya, e i risultati sono visibili; il Tempio della Croce presenta la complessa struttura delle consegne del potere da parte di pacal al figlio, simboleggiata dall’albero della vita, che affonda le radici profondamente nel terreno, nel regno del sotto mondo, che presenta il tronco in superficie a simboleggiare la vita terrena e infine le foglie e i rami che simboleggiano il cielo e quindi la natura divina del re.

astronauta di palenque (11)

Particolare del Tempio dei teschi.

astronauta di palenque (12)

Altare sacrificale davanti al Tempio delle iscrizioni.

Nel Tempio della Croce Fogliata sono presenti le stesse allegorie, impreziosite dalla rpesenza del mais, fonte di vita come l’acqua;  Il Tempio del Sole si distingue invece per le allegorie dedicate alla guerra, vista la presenza di rilievi raffiguranti giaguari.

Anche a Palenque è presente il tradizionale campo per il gioco della palla, la cui complessa ritualità è ancora oggi fonte di studio (per la descrizione del rituale sportivo/religioso simboleggiato dalle strutture vedere l’articolo su questo blog dedicato a Chichen Itzà).

La parte centrale di Palenque è occupata dal Palacio, un complesso di più strutture che contiene splendide raffigurazioni di battaglie, ritratti di sovrani precedenti, e che venne edificato in più di cento anni, aggiungendo alla struttura originaria altri edifici dedicati probabilmente non solo all’esaltazione del potere, ma che fungevano da centro amministrativo e di giustizia.

La regina Zak Kuk, madre di Pacal, fece decorare l’interno degli edifici anche con simboli del calendario; particolarmente importanti sono i glifi studiati da Heinrich Berlin, che rivelarono come in una specie di Stele di Rosetta i nomi dei sovrani che si erano alternati nella guida della città.

Una delle sorprese che attendevano gli archeologi era rappresentata dalle vistose colorazioni degli edifici, adesso perdute, ma presenti ancora in tracce sulle costruzioni; abbondavano i colori come il giallo, il verde e il blu, oltre al rosso mattone che decorava gli esterni degli edifici.

Palenque deve davvero molto a Alberto Ruz Lhuillier; l’uomo si dedicò anima e corpo al restauro e alla conservazione del sito, tanto che dopo la sua morte venne sepolto all’interno della città, di fronte al Tempio delle iscrizioni.

Fu lui a far lievitare l’interesse per il sito archeologico, grazie alla citata scoperta della tomba di Pacal.

Oggi il sito è meta di un incessante pellegrinaggio di turisti, attirati dal fascino misterioso della città Maya, conservatasi splendidamente nonostante le ingiurie del tempo.

astronauta di palenque (18)

astronauta di palenque (19)   astronauta di palenque (15)

Il sistema numerico Maya.

Firenze: l’U.F.O. “Dipinto”

Mist3ri

Firenze: l’U.F.O. “Dipinto”

Nella sala di Ercole è custodita una Madonna rinascimentale chiamata popolarmente Madonna dell’Ufo per via di un oggetto volante “non identificabile” dipinto nel cielo sullo sfondo.

Si tratta di un qualcosa grigio che emette dei raggi dorati, al quale guardano due figurine sullo sfondo.

Madonna ufo

ingrandimento 1

ingrandimento 2

Non vi è visitatore al mondo che parta da Firenze, senza aver visto Il Palazzo della Signoria , più noto come Palazzo Vecchio da sette secoli ed oltre simbolo del potere civile della città di Firenze.

Eretto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo per ospitare i Priori delle Arti e il Gonfaloniere di Giustizia, il supremo organo di governo della città, nel corso del tempo è stato oggetto di numerosi interventi di ampliamento e trasformazione.

Il suo aspetto attuale si deve in massima parte alle grandiose opere di ristrutturazione e decorazione degli interni che vi furono eseguite nei decenni centrali del XVI secolo, per adeguarlo alla nuova funzione di reggia ducale alla quale Cosimo I de’ Medici lo aveva destinato.

Ma non vogliamo dilungarci più di tanto sull’architettura superba di questo palazzo che giustamente è oggetto di attenzione ed ammirazione in tutti i libri di storia dell’arte pubblicati nel mondo.

Desideriamo piuttosto concentrare l’attenzione su una delle tante opere esposta nel museo del palazzo della Signoria: la Madonna con Bambino e San Giovannino, esposta per l’appunto nella Sala di Ercole a Palazzo Vecchio a Firenze, ed attribuita spesso a Filippino Lippi.

Secondo gli storici dell’arte l’attribuzione è invece incerta, alcuni propendono per il cosiddetto “Maestro del Tondo Miller”, altri invece, seguendo la descrizione della scheda del Museo, indicano Sebastiano Mainardi o Jacopo del Sellaio.

Da molti è definita comunque la “Madonna dell’UFO” o “Madonna del disco volante. Quale è la ragione di questo inusitato accostamento? Il motivo è che nella scena in alto a destra compare, dietro le spalle della Madonna, la testimonianza di un “incontro ravvicinato” con un oggetto volante non identificato.

Nella scena in questione vediamo un personaggio che, con una mano sulla fronte, guarda verso una apparizione nel cielo.

Con lui è un cane e anche l’animale guarda verso lo strano oggetto Gli ufologi trovano in questo celebre dipinto la conferma dell’esistenza sin dal passato di oggetti non identificati cioè gli UFO.

Secondo gli storici dell’arte invece quell’oggetto non sarebbe altro che la “nube luminosa” descritta nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo, che avrebbe illuminato la scena della Natività.

Il dibattito è aperto e certamente non si giungerà ad alcuna conclusione certa, Di certo vi è soltanto che ci troviamo di fronte ad una mirabile opera pittorica che si fa ammirare anche per il curioso oggetto che libra in cielo.

Quando si parla di ufologia generalmente va menzionato il signor Kenneth Arnold, l’uomo che il 24 Giugno 1947 dichiarò pubblicamente di aver visto dei “dischi volanti” mentre era in volo sul Monte Rainier, Washington.

Questo episodio non solo è stato. l’inizio di una lunga serie di “casi ufologici”, ma è soprattutto servito a dare inizio a uno studio approfondito del problema; studio che tra l’altro ha portato alla scoperta di numerosi reperti che fanno pensare ad una origine molto più antica, delle “manifestazioni UFO”.

Ce Io testimonierebbero le raffigurazioni di strane creature caratterizzate dall’abbigliamento assimilabile a scafandri o tute che ricordano quelli usate dai nostri moderni astronauti: dal cosiddetto “astronauta di Palenque” ai graffiti rilevati da Aimé Michel nelle grotte franco-cantabriche, che mostrano strani oggetti a forma di piatto che volano lasciando dietro di sé una scia; e potremmo continuare all’infinito.

Questi ed altri reperti fanno presagire ad uno stretto legame tra l’uomo e creature estranee in vari momenti della nostra storia.

Avvicinandosi al nostro secolo e all’argomento che intendiamo trattare è interessante notare come numerosi pittori, anche di una certa fama, hanno realizzato alcune opere con presumibili contenuti ufologici.

  Madonna_disco_volante 

Madonna_PalVecchio 2

Il quadro è appeso in un angolo di una piccola sala all’ultimo piano di Palazzo Vecchio, sede di uno dei più prestigiosi musei della Toscana e d’Italia .

Si tratta di un “tondo”, le cui dimensioni (diametro circa 1 mt.) e la cui cornice di legno, intarsiata e dorata a formare un elegante motivo di fiori e frutta (dominante dalla metà del ‘400), lo ascrivono certamente ad un ambito di committenza privato.

Vi sono raffigurati: la Madonna, Gesù e San Giovannino, inseriti in un paesaggio campestre sullo fondo del quale si scorgono due pastori (non uno, come si dice di solito), un cane e un piccolo gregge.

Fin qui, niente di strano: centinaia di opere come questa furono realizzate dalle attive botteghe fiorentine del ‘400 per arredare le case di facoltosi mercanti, banchieri, nobili ed ecclesiastici della Toscana.

Eppure qualcosa di strano c’è: che cosa stanno infatti osservando il pastore in piedi e il cane che siede vicino a lui? Lontano, nel cielo sopra di loro, compare uno strano “oggetto volante” dal colore plumbeo e dalla forma ovale; l’oggetto sembra in movimento ed ha una corona di sfere in basso, mentre in alto è caricato da alcune sporgenze puntute, simili ad antenne.

Un UFO? All’epoca in cui il dipinto è stato realizzato non esistevano certo macchine volanti (anche se di lì a poco Leonardo da Vinci, 1450-1519, avrebbe cominciato a progettarne!).

E’ comunque da escludere che il pittore di questo quadro (un allievo di Filippo Lippi?) avesse un’idea di cosa fosse un Ufo; anzi, si può essere quasi certi che a quel tempo nessuno potesse ipotizzare l’esistenza degli extra-terrestri.

D’altra parte, però, che l’oggetto volante possa essere collegato al soggetto generale del dipinto, mi sembra altrettanto improbabile: cosa può legare il gruppo sacro di Maria, Gesù e San Giovanni con lo strano evento che si consuma lontano, alle loro spalle? La curiosità e i gesti del pastore, il quale con una mano si copre la fronte per vederci meglio, non sembrano consoni a un evento mistico o religioso.

Ma anche se così fosse, se cioè l’oggetto misterioso rappresentasse una metafora a sfondo sacro, com’è possibile che un pittore del ‘400 abbia scelto di coinvolgervi l’attenzione e la curiosità di un cane? Il dipinto è stato analizzato diverse volte, sia in Italia che negli Stati Uniti: non ha subito ridipinture o altri interventi, insomma non sarebbe una “bufala”.

Nel 1978 un architetto si accorse, per primo, del curioso oggetto “volante” dipinto nel quadro; da allora gli ufologi lo hanno preso a emblema dell’avvistamento di Ufo anche in epoche passate mentre gli scettici sono rimasti tali.

I primi sostengono che il pittore abbia voluto riprodurre sulla tavola un evento straordinario capitatogli in precedenza o che lo stesso pittore, che qualcuno identifica in Filippo Lippi, fosse così stravagante da inserire capricciosi oggetti nelle sue opere.

Madonna_PalVecchio_nube

Madonna_PalVecchio_Past_Nube  Madonna_PalVecchio_Pastore

Madonna_PalVecchio_Stella

 

Queste tesi a mio avviso non reggono, prima di tutto perché in questo quadro non c’è la mano di Lippi, semmai di un suo allievo; ma c’è un altro motivo: nel ‘400 tutti i quadri erano realizzati su precisa commissione, e i committenti erano spesso raffinati, sempre esigenti: erano loro a indicare all’artista ciò che doveva comparire nel quadro: nessun artista si sarebbe preso la licenza di inserire nel dipinto un elemento tanto bizzarro quanto ingombrante come un disco volante (o qualunque cosa sia!).

Se proprio vogliamo divertirci a fantasticare, dobbiamo semmai interrogarci sul committente: immaginiamo che un ricco mercante del ‘400 si trovi in aperta campagna insieme al proprio cane – magari durante una battuta di caccia – e che si trovi ad assistere al passaggio di uno scuro oggetto volante… Il bagliore del sole è talmente forte da obbligarlo, per non esserne abbagliato, a coprirsi la fronte con il palmo della mano.

Immaginiamo che, una volta tornato a casa con il cuore in gola, convinto di aver assistito ad una manifestazione divina, si rechi dopo qualche giorno da un bravo pittore e gli chieda un’opera devozionale con Gesù, Maria e San Giovanni (che tra l’altro è il santo protettore di Firenze…), e in cui compaia anche l’evento “trascendente” cui ha assistito.

Così da non dimenticarlo: come una foto, ma in differita. Potrebbe essere andata così o in mille modi diversi; tuttavia, secondo me, la chiave dell’enigma è nel committente, dal quale però ci separa un silenzio di cinque secoli.

In fondo è meglio così: che si tratti di un Ufo o di una meteora, che gli Extra-terrestri siano arrivati o meno nella Toscana del ‘400, una cosa è certa: senza quel suo strano oggetto volante, il quadro non avrebbe avuto l’ottimo restauro che invece gli è stato dedicato e probabilmente ora non sarebbe esposto in una sala del prestigioso museo di Palazzo Vecchio.

Io, poi, non avrei potuto parlarvene.

 

Basi E.T. sulla Luna

Mist3ri

Basi E.T. sulla Luna.

Il mistero si infittisce.

Una sonda lanciata dall’India rivela la faccia nascosta della Luna.

luna_1

Il 14 Novembre l’India è riuscita a far atterrare una sonda spaziale sulla superficie lunare.

La sonda era stata lanciata dal satellite Chandrayaan-1 (dal sanscrito “veicolo lunare”) e giunta ad un centinaio di chilometri dalla Luna era entrata nella sua orbita lo scorso 8 Novembre.

Lanciato dall’Organizzazione Indiana per le Ricerche Spaziali il 22 Ottobre, il Chandrayaan-1 è il primo tentativo da parte del Paese asiatico di raggiungere la Luna.

L’India è così entrata a far parte del ristretto gruppo di nazioni che hanno raggiunto la Luna ed è una delle tre ad avere attualmente dei mezzi spaziali in orbita lunare.

Le prime immagini ad alta risoluzione della superficie lunare sono già arrivate e suscitano particolare interesse in chi è alla ricerca di verifiche indipendenti del suo vero aspetto, come Richard C. Hoagland, che ha speso anni analizzando le immagini NASA della Luna e di Marte.

Nel suo libro “Dark Mission” (2008), Hoagland sostiene che la NASA, grazie al Jet Propulsion Laboratory, ha sistematicamente nascosto o alterato le immagini satellitari che indicavano la presenza di manufatti extraterrestri su entrambi i corpi celesti.

Secondo il ricercatore, inoltre, la NASA dipende dal U.S. Department of Defence (DOD) come evidenziato dalle normative dello statuto NASA.

Ho contattato Richard Hoagland per domandargli un parere sulla missione Chandrayaan-1, anche in relazione alle sue tesi sulla presenza di manufatti ET.

Prima di rispondere alle mie domande, ha riportato la seguente dichiarazione del neo-presidente Barack Obama, pronunciata il 22 Ottobre: «Con il lancio da parte dell’India del suo primo modulo lunare, a breve distanza dalla prima passeggiata nello spazio della Cina, ci viene ricordato quanto sia urgente per gli Stati Uniti rivitalizzare il nostro programma spaziale se vogliamo rimanere i leader indiscussi dello spazio, della scienza e della tecnologia».

 superfice_lunare_2_200  superficie_lunare_200 

 

INTERVISTA

Michael Salla: Per quanto tempo potrà continuare il cover-up della NASA/DOD sui manufatti extraterrestri, ora che l’India e altre nazioni inviano satelliti attorno alla Luna e sonde sulla sua superficie?

Richard Hoagland: «Se Obama (e chi c’è dietro di lui… è davvero interessato alla nuova missione lunare dell’India, come lascerebbe supporre la sua dichiarazione (né Bush, né McCain ne hanno fatte di simili), allora Obama deve anche sospettare (o sapere!) il “perché” di questa spesa assolutamente “anti-economica” da parte dell’India e il perché stia progettando altre, ben più costose, missioni lunari con i russi! Dunque, se il “ cover-up NASA/DOD sui manufatti alieni” dovesse continuare con l’Amministrazione Obama, potrebbe riguardare, in parte, la personale conoscenza di Obama delle motivazioni che hanno spinto l’India ad andare sulla Luna… e i relativi, futuri progetti per un qualche tipo di “nuove relazioni” con la Russia (Putin). In breve: è stato piazzato un colpo in favore del disclosure – se non altro perché più gli altri “giocatori” internazionali sono coinvolti (sebbene controllati da una “fonte centrale”, “la Famiglia”)… più opportunità ci sono che trapelino nuovi dati, pianificati o meno».

M.S.: Gli Indiani riusciranno a ottenere un data base indipendente su ciò che si trova sulla superficie lunare?

R.H. «La missione Chandrayaan è dotata di un equipaggiamento che è lo stato dell’arte dell’alta risoluzione: videocamere, radar e uno strumento unico progettato per registrare specificamente “TLP” (Transient Lunar Phenomena) ripresi dall’orbita lunare. Noi della Enterprise, in base alle immagini NASA, riteniamo che le “luci” da molto tempo segnalate siano i realtà riflessi solari irregolari provenienti dai resti di strutture vitree sulla Luna, visibili in quelle immagini NASA! Abbiamo esempi sorprendenti, nel database della NASA, di riflessi vitrei. Se fosse così, il fatto che gli Indiani abbiano inviato uno strumento nell’orbita lunare per studiare e riprendere questo misterioso fenomeno, sarebbe interpretabile come una significativa anticipazione dei loro piani per rivelare la fonte di quei riflessi, non appena disporranno dei loro dati TLP: antiche rovine in vetro sulla Luna!»

M.S.: Quali sono le tue previsioni sul tentativo della NASA/DOD di influenzare quanto gli indiani potrebbero divulgare del loro futuro database lunare?

R.H.: «Alcuni anni fa il Governo Indiano ha firmato un “memo of understanding” con la NASA, su questa loro missione lunare (…). Di conseguenza, esistono un paio di esperimenti di volo NASA della missione Chandraayan, oltre a quelli effettuati dagli indiani, che hanno visto il coinvolgimento di scienziati del JPL. Se però il Governo indiano sta progettando di rivelare “il materiale autentico”, non credo che la NASA potrà influenzare molto i loro grandi obiettivi politici. Di nuovo, dipende tutto dagli accordi presi in cima alla catena di comando e da quanto “cambiamento” Obama (e la gente dietro di lui) sta realmente portando avanti… aspettando il 2012».

M.S.: Credi che l’India sia un possibile candidato alla divulgazione pubblica dell’esistenza di manufatti sulla Luna attraverso le immagini satellitari?

R.H.: «Sì,assolutamente. I testi Veda contengono indicazioni straordinarie di un’antica, sconvolgente storia hi-tech dell’umanità (dai tempi remoti in cui la Luna, Marte e molti altri corpi del sistema solare, erano abitati dai nostri antenati). Se deve esserci il “disclosure” di queste verità a lungo taciute, allora nessuno sarà miglior “messaggero” dell’India, ammesso le venga consentito renderle pubbliche dalle altre forze geopolitiche. La curiosa puntualizzazione di Obama sulla missione lunare indiana, settimane prima di essere in grado di fare qualsiasi cosa, è un segno molto interessante di quando potrebbe accadere nei prossimi mesi…».

M.S.: Per finire, prevedi che chi sta dietro alla segretezza sia completamente consapevole del disclosure dell’India su quello che si trova sulla superficie lunare e possa dunque impedirlo, per non perdere credibilità?

R.H.: «Anche questo ci riporta alla reazione pubblica di Obama di fronte alla missione Chandraayan, ancor prima di essere eletto. Sono cautamente positivo sul “cambiamento” in arrivo. Ammesso che tutto ciò si verifichi, per chiunque avvierà per primo questo cambiamento (noi, per paura di ”perdere la faccia”, gli Indiani) la corsa oggi è cominciata. C’è una certa logica dietro al permettere all’India “di farlo”. Darebbe infatti alla NASA l’espediente della “negazione plausibile” sui dati da essa raccolti in molti anni e sul cover-up: gli Indiani, semplicemente, dispongono di un “equipaggiamento migliore e più innovativo” che ha fornito una prova scientifica di quanto avessero suggerito immagini NASA vecchie 40 anni. Come accade per tutte le decisioni politiche che contano, quella finale sembra dipendere da quanto “loro” ci credono “ottusi” per berci questo tipo di “rivelazione indiana”. Semmai ci sarà.

luna

Acceleratore di particelle

Mist3ri

Acceleratore di particelle

Il Ministero italiano dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (M.I.U.R) ha dato un finanziamento a un progetto per costruire un nuovo acceleratore di particelle a base Italiana.

acceleratore_di_particelle

L’area interessata al progetto.

L’INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, è un’organizzazione dedicata allo studio dei costituenti fondamentali della materia e svolge attività di ricerca teorica e sperimentale nel campo della fisica subnucleare, nucleare e astroparticellare.

La ricerca fondamentale in questi settori richiede l’uso di tecnologie all’avanguardia e la strumentazione, che l’INFN sviluppa sia nei propri laboratori e in collaborazione con il mondo dell’industria.

Queste attività sono condotte in stretta collaborazione con il mondo accademico.

   theory particle astropart nuclear  

Evoluzione nel tempo dell'ipotesi sulla struttura atomica

Evoluzione nel tempo dell’ipotesi sulla struttura atomica.

Un acceleratore di particelle a base italiana: è il Super B, un progetto dell’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) portato avanti in collaborazione con istituti appartenenti ad altre dieci nazioni.

E ora sembra più vicino. Pochi giorni fa, infatti, il Ministero dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) ha annunciato di aver messo a disposizione 20 milioni di euro per la realizzazione della macchina e di un laboratorio internazionale di ricerca.

Il nuovo acceleratore non avrà le dimensioni gigantesche del famoso LHC e lavorerà ad energie molto più basse.

L’obiettivo del progetto è far scontrare fasci di particelle estremamente compatti, piccoli e corti, estremamente densi.

Secondo l’Infn, il SuperB (il nome deriva dai mesoni B, alcune delle particelle che l’acceleratore dovrebbe produrre) permetterà di aumentare di 100 volte, rispetto al limite attuale, il numero di reazioni prodotte in un dato tempo in laboratorio; inoltre, offrirà l’opportunità di studiare processi rari di decadimento di particelle che potrebbero evidenziare effetti non previsti dalle teorie oggi più accreditate.

SuperB nasce dalle idee sviluppate e sperimentate in Italia nei Laboratori nazionali Infn di Frascati, con l’acceleratore Dafne.

Gli esperimenti e le simulazioni svolti finora suggeriscono che la macchina potrà produrre coppie di particelle (1.000 di mesoni B, altrettante di leptoni τ e diverse migliaia di mesoni D) per ogni secondo di operazione a pieno regime.

In totale, per costruire l’acceleratore a partire da una macchina dimessa dal 2008, il PEP II di Stanford in California (Usa), serviranno 400 milioni di euro: una cifra ben più importante rispetto ai 20 milioni messi a disposizione finora dal governo italiano.

Tuttavia Roberto Petronzio, presidente dell’Infn, sembra convinto del fatto che il Miur sia pronto ad investire altri 250 milioni di euro nei prossimi cinque anni.

l’Infn spera che il Ministero approvi un piano di costruzione che preveda l’inizio dei lavori già il prossimo anno e l’entrata in funzione dell’acceleratore intorno al 2016.

Si aspetta, però, anche che Stati Uniti mettano ufficialmente a disposizione quel che resta del PEP II: materiali dal valore di 100 milioni di dollari; David MacFarlane, direttore del dipartimento di fisica delle particelle e astrofisica degli Slac National Accelerate Laboratory (e dell’acceleratore in disuso), sarebbe pronto a cedere a patto di una futura collaborazione.

Le possibili ricadute pratiche? I campi sono moltissimi.

C’è già chi immagina radiografie superveloci, litografie avanzate (per esempio per creare minuscoli despenser da applicare sotto pelle per la somministrazione dei medicinali) e studi di dettaglio del comportamento delle singole molecole nei processi chimici.

acceleratore1  acceleratore2

Costruzione della centrale

Nephilim

Mist3ri

Nephilim

Nella foto vediamo un dito gigante spaventoso.

nephilim_1

Lo si riconosce quasi immediatamente, ma bisogna guardare tutte e tre le foto per rendersi conto che si tratta realmente di un dito GIGANTE mummificato.

nephilim_2

La pelle coriacea, la carne ormai fossile con l’osso che sembra essere reciso in modo discontinuo, come se fosse tranciato di netto e in alcuni punti sbricciolato ma non dà assolutamente l’impressione che sia corroso dal tempo.

nephilim_3

Il reperto raccapricciante sembra essere un dito normale ma esso di normale non ha nulla; difatti è lungo ben 38 centimetri e a testimoniarlo, nella foto, c’è vicino una banconota.

Quale segreto si cela dietro a questo reperto?

BILD.de mostra per la prima volta ed esclusivamente in Germania le foto del dito e racconta la storia avvincente di questo ritrovamento in Egitto.

Solo pochissime persone hanno potuto vedere le foto originali del dito che sono state prese nel 1988 nella terra dei faraoni e delle piramidi.

Esiste anche una radiografia e un certificato attestante l’autenticità della reliquia.

nephilim_4

Le foto sono state scattate dal fotografo Gregory Spörri (56) che è anche un noto imprenditore Svizzero, che risiede a Basilea.

 

Fotografato, in Egitto, il dito di un Gigante.

Proprio l’ultimo giorno delle sue ricerche i suoi sforzi furono premiati da questo ritrovamento fortuito.

Era il 1988, e nel contattare un vecchio tombarolo, a circa 100 chilometri a nord est del Cairo, che vi fù l’incontro, presso un agriturismo a Bir Hooker.

Gli costò $ 300 (dollari) a Gregory Spörri poter dare un’occhiata al tesoro di famiglia, invenduto, del tombarolo .

Il reperto era avvolto in vecchi stracci e completamente ricoperto di muffa.

Così lo racconta Gregory Spörri ​​”Era avvolto da stracci completamente ammuffiti; il pacco era di notevoli dimensioni ed il peso non tradiva il contenuto”… ” Rimasi totalmente sbalordito quando vidi la reliquia marrone scuro”… ” mi fù permesso di prenderlo in mano e di scattare alcune foto; io misi accanto una banconota per ottenere un confronto di dimensioni”… ” Il dito era piegato e coperto di muffa secca; si notava chiaramente la spaccatura dell’osso “… ” il cuore mi batteva impazzito alla vista di quella enorme reliquia… ero incredulo”… ” Era incredibile, non riuscivo a immaginare le dimensioni del corpo a cui apparteneva quel dito, quell’essere avrebbe dovuto essere alto almeno cinque metri “… Il tombarolo ha anche rivelato che in Svizzera (non ha specificato dove NDR.) esiste una immagine radiografica e un certificato di autenticità ed entrambi sono degli anni ’60. “Il tombarolo affermava continuamente che il dito fosse di Allah, e che ora apparteneva a lui e alla sua famiglia e non era assolutamente disposto a venderlo perchè lo riteneva troppo importante “.

Oggi Spörri si rammarica del fatto di non essere riuscito a convincere il tombarolo a vendergli la reliquia e di esser tornato a casa solo con le foto.

Per anni ha cercato altre fonti rivolgendosi anche agli scienziati, ma loro non erano interessati alla storia perchè la ritenevano “impossibile” affermando che le reliquie non rientrano nelle loro teorie.

In qualsiasi caso non era nelle intenzioni di Gregory prendere in giro degli esperti, ma cercare di capire quali fossero effettivamente le origini di quel misterioso dito.

Sono veramente esistiti i Giganti?

Alcune scoperte archeologhe potrebbero dimostrare che i giganti non sono solo frutto della fantasia: I Nephilim (nefilim), o qualcosa di molto simile, potrebbero essere esistiti davvero.

Nella Bibbia la parola nefilim viene spesso tradotta come giganti o titani, mentre in altre traduzioni si preferisce mantenere il termine nefilim.

Alcune versioni parlano di eroi famosi, guerrieri caduti o ancora angeli caduti e un’ennesima traduzione potrebbe essere quelli che fanno precipitare gli altri giacché il nome deriva dalla radice semitica < nafal >, che significa cadere.

L’ origine dei Nefilim comincia con una storia di angeli caduti. Shemhazai, un angelo di alto rango, comanda una setta ribelle di angeli in una discesa sulla Terra per istruire gli umani nella conoscenza del bene.

La tutela viene portata avanti per pochi secoli, ma presto gli angeli cominciano a sedurre le femmine umane.

Dopo essersi intrattenuti piacevolmente con loro, gli angeli caduti istruirono le donne nella magia e nello spergiuro, si accoppiarono con loro, e diedero luogo ad una progenie ibrida: i Nefilim.

I Nefilim erano giganteschi nella loro statura. La loro forza era prodigiosa ed il loro appetito immenso.

Dopo aver divorato tutte le risorse della razza umana, cominciarono a mangiare esseri umani.

Questi Nefilim attaccavano ed opprimevano gli umani ed erano la causa di massicce distruzioni sulla Terra.

I Giganti: un’evidenza Biblica provata dall’archeologia!

Questo e quanto è scritto nella Bibbia, in particolare il Libro della Genesi, scritto da Mosè stesso, dà una descrizione della loro origine:

“Quando gli esseri umani cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e le figlie sono nati loro, i Figli di Dio videro che le figlie erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.

Allora il Signore disse: ‘Lo Spirito mio non contenderà per sempre con gli esseri umani, perché sono mortali, le loro giornate saranno un centinaio e venti anni.’

I Nefilim erano sulla terra a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli esseri umani e avuto dei figli da loro. Erano gli eroi dell’antichità, uomini famosi. “

– Genesi 6:1-4

nephilim

Questa foto non fa parte dell’articolo originale ed è inserita unicamente a scopo dimostrativo.

 

Il Gigantismo.

Affidandoci a quanto scritto sulla Bibbia e valutando le opere dei nostri antenati, abbiamo già visto quante prove in favore dell’esistenza dei giganti ci siano.

E’ il caso di accennare che non mancano alcuni ritrovamenti di utensili, armi e scheletri a provarci ulteriormente la loro esistenza. In Asia, America, Europa, i ritrovamenti non mancano.

Nelle Filippine ad esempio è stata rinvenuta un ascia di quasi 10 Kg di dimensioni enormi se paragonata alle armi di comune utilizzo e, al suo fianco, uno scheletro umano di cui l’altezza supera i 4 metri.

Resta da definire in che modo questi intere popolazioni di giganti siano scomparse lasciando di sé non troppe tracce.

Ma soprattutto, i giganti sono davvero estinti? Forse non sono giganti azzurri su navi volanti, o bestioni enormi in battaglia contro gli dei ma esiste una patologia che rende le persone fisicamente molto più grandi della media; il Gigantismo.

Un’anomalia nello sviluppo fa sì che le dimensioni del corpo e l’altezza in particolare, risultino ben superiori alla media (in Italia è di 1 metro e 68 cm). Ci sono diverse forme di questa patologia.

Il Gigantismo puro è causato da un eccessivo impulso evolutivo nella massa germinale, ne segue un aumento proporzionale degli organi interni e delle dimensioni esterne.

Il Gigantismo disendocrino invece, è causato dalla disfunzione di una o più sezioni del sistema endocrino e non mantiene le proporzioni. Accresce quindi in maniera differente le dimensioni corporee.

Il Gigantismo eunucoide è un eccessivo accrescimento dello scheletro associato ad un esagerato sviluppo dell’adipe.

Può essere indotto mediante castrazione o può essere conseguenza di un ipofunzione delle gonadi, venendo così a mancare l’azione inibente sulla crescita.

Il Gigantismo plurighiandolare è la conseguenza di mal funzionamento a genesi, di ghiandole endocrine (gonadi, ipofisi, tiroide, surreni).

E’ curabile con l’asportazione del tumore o somministrazione di ormoni a seconda del caso.

L’autorizzazione alla riproduzione è concessa unitamente alla citazione della fonte Originale.

http://alt3rnativa.altervista.org

Scoperto Mondo con tre Soli

Mist3ri

Scoperto Mondo con tre Soli

Gli scienziati statunitensi hanno scoperto un Pianeta illuminato da TRE Soli.

alba_tre_soli

Ecco come potrebbe apparire un alba su questo mondo.

Questo pianeta è fuori dal nostro sistema solare.

Si tratta di un pianeta gassoso leggermente più grande di Giove, orbita attorno al Sole principale HD 188.753 nella costellazione del Cigno.

tramonto_tre_soli

un tramonto potrebbe apparire così.

Konacki paragona questo nuovo tipo di pianeta, “al pianeta Tatooine” il pianeta natale di Luke Skywalker visto nel primo film di Star Wars; immaginandone, in qualità di osservatore, una visione simile; in questo caso un osservatore del pianeta potrebbe vedere tre soli, il sole principale giallo, gli altri due arancio e rosso.

Questo trio stellare e il suo pianeta sono circa 149 anni luce dalla Terra e sono anche vicini tra loro come il nostro sole è a Saturno.

La scoperta potrebbe sfatare le attuali teorie che la considerano una formazione di pianeti di gas e polveri intorno a una stella singola; inoltre il numero di pianeti potrebbe essere molto più elevati di quelli precedentemente ammessi.

Le stelle binarie e multiple sono comuni intorno al nostro sistema solare e sono più numerose le singole stelle di circa il 20 per cento.

Anche se questa è stata solo la prima osservazione di un pianeta in un sistema stellare multiplo, non dovrebbe rimanere un caso isolato.

Konacki ha sottolineato che i sistemi di stelle binarie e multiple sono molto diffuse nel nostro “quartiere” solare.

La difficoltà, fino a poco tempo fa, era quella di individuare i pianeti extrasolari. Fino ad oggi, i ricercatori hanno generalmente evitato i sistemi solari binari e multipli in quanto l’attuale metodo di rilevamento Plant non è preciso per tali sistemi complessi.

Negli ultimi anni si è fatta strada la teoria, ora smentita, che non potrebbero esistere tali formazioni di sistema solare a causa delle severe condizioni ambientali a cui sono sottoposti i pianeti.

Questo pianeta, leggermente più grande di Giove, è stato scoperto utilizzando il telescopio Keck I 10 m.

E ‘il primo pianeta extrasolare scoperto in un sistema con tre stelle. Sarà una sfida per gli scienziati scoprire come, un pianeta che è nato in mezzo a queste forze gravitazionali in competizione tra loro, possano creare tra loro una formazione planetaria.

Maciej Konacki del California Institute of Technology. Ha anche affermato che “L’ambiente in cui questo pianeta esiste è spettacolare” con tre soli, la vista del cielo deve essere fuori da questo mondo – in senso letterale e figurato.

La stella primaria è come il nostro Sole, del peso di 1,06 masse solari. Le altre due stelle formano una coppia strettamente legato, che è separata dal primario di circa la distanza Sole-Saturno.

La massa combinata della coppia di stelle è 1,63 masse solari.

orbital_01  orbital_02

Lorbita dei soli attorno al pianeta.

tee_soli

Questo gigante del gas risulta essere leggermente più grande di Giove e gira intorno alla sua stella centrale in un’orbita di 3,5 giorni.

Un pianeta così vicino alla sua stella sarebbe molto caldo. Konacki afferma che “una distanza di circa 3 UA, è sufficiente a creare abbastanza freddo per formare ghiacci e altro materiale solido per la costruzione di nuclei”, paragonando una UA alla distanza tra il Sole e la Terra – circa 93 milioni di miglia.

Una volta che un nucleo sufficientemente grande è costruito al di fuori della linea della neve, il pianeta può iniziare un processo di accrescimento di gas e – se ci sono le condizioni – la migrazione verso il suo sole. Sebbene questo scenario sembra funzionare nella maggior parte dei sistemi stellari, Konacki, ha difficoltà a spiegare il pianeta appena scoperto e chiamato HD 188.753.

Il problema è che la coppia è un perturbatore massiccio al sistema, ha detto Konacki. “Insieme, queste due stelle sono più dense rispetto alla stella principale.” Inoltre, la coppia va in giro disegnando un’orbita allungata che si estende da 6 AU a 18 AU in un periodo di 26 anni.

Questa eccentricità aumenta l’instabilità del’orbita intorno al satellite primario. Konacki stima che a causa delle perturbazioni gravitazionali del trio stellare, il disco proto-planetario è stato troncato fino a 1,3 UA, ben all’interno della linea del freddo.

Affermando che ” Come faccia un pianeta a formarsi in un ambiente così complicato è molto difficile da teorizzare.

Credo che ci sia ancora molto da imparare su come si formano i pianeti giganti”. Konacki spera di trovare altri pianeti attorno a stelle multiple.

Fino ad ora sono oltre 30 i pianeti extrasolari trovati con sistemi di stelle doppie, o binarie.

E si tratta solo di una piccola percentuale del numero totale dei pianeti extrasolari. La ragione di questa difficoltà è che la tecnica principale per la localizzazione di pianeti “il metodo della velocità radiale” non è molto adatta per la ricerca di pianeti con più di una stella.

Difatti singole stelle sono molto più facili da individuare, dato che la forma dello spettro rimane lo stesso, ha spiegato Konacki.

E studiando l’oscillazione nello spettro di una stella che gli astronomi possono dedurre la forza gravitazionale di un pianeta vicino.

Ma non quando c’è un’altra stella nelle vicinanze perché la sua luce si contrappone con quella della stella principale.

La sua scoperta e stata resa possibile attraverso lo sviluppo di un nuovo metodo di misurazione. Con questo metodo Konacki può determinare con precisione la velocità di tutti i membri della costellazione, e quindi trarre conclusioni su pianeti esistenti in tali sistemi.

Per la ricerca di pianeti extrasolari, con sistemi con più stelle, ha usato il telescopio Keck I delle Hawaii affermando che l’esistenza di pianeti in sistemi stellari multipli ad oggi è solo una teoria a causa delle forze gravitazionali esercitate dai tre corpi celesti, difatti riteniamo che la formazione di un pianeta è impossibile, considerando la teoria corrente di sviluppo.

costellazione_del_cigno

La costellazione del Cigno (Cygnus).

 

Fino ad ora si pensava che questi pianeti costituiti da un disco di gas e materia condensata si formasse in tre unità astronomiche (tre volte i 160 milioni km di distanza dalla Terra al Sole).

Una quantità sufficiente di tale materia all’interno delle tre unità astronomiche produce un nucleo che è in grado di attrarre abbastanza gas per formare un pianeta gigante.

Dopo la nascita, i pianeti, si muovono in un orbita molto stretta attorno alla sua stella madre.

Nel caso della costellazione di HD 188 753 il disco di gas e materia avrebbe solo un raggio di 1,3 unità astronomiche disponibili, che è troppo poco per la formazione di un pianeta. Come un pianeta sia sagomato in un sistema così complesso è davvero molto difficile teorizzarlo.

 

Atlantide

Mist3ri

Il contonente perduto:

Atlantide

tra miti e leggende.

 atlantide_1

Le foto satellitari di Google, hanno individuato al largo delle coste africane, nell’oceano Atlantico, quelli che sembrano i resti di una città, a valutere dalla pianta e dalle dimensioni.

La leggenda dice che la città sia stata ingoiata dalle acque dopo un devastante maremoto.

atlantide_googleClicca per ingrandire.

Una delle più affascinanti storie che ci vengono dal lontano passato è senza dubbio quella di Atlantide, un continente inabissato nel mare del quale non ci rimane altro che la descrizione di Platone nei suoi dialoghi Timeo e Crizia.

Platone riporta una discussione avvenuta nel 421 a.C. ad Atene, cui parteciparono Socrate, Timeo, Ermocrate e Crizia:

atlantide_monti

« Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole, c’era un’isola.

E quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. (…) In tempi posteriori (…), essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte (…) tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve. » Nel Timeo si racconta di come Solone, giunto in Egitto, fosse venuto a conoscenza da alcuni sacerdoti egizi di una antica battaglia avvenuta tra gli Atlantidei e gli antenati degli Ateniesi, che ormai vedeva vincenti i secondi. Secondo i sacerdoti, Atlantide era una monarchia assai potente, con enormi mire espansionistiche. Situata geograficamente oltre le Colonne d’Ercole, politicamente controllava l’Africa fino all’Egitto e l’Europa fino all’Italia.

atlantide

Proprio nel periodo della guerra con gli Ateniesi, un immenso cataclisma fece sprofondare l’isola sotto l’Oceano, distruggendo per sempre la civiltà di Atlantide.

Nel dialogo successivo, il Crizia, Platone descrive più nel dettaglio la situazione geopolitica di Atlantide, collocando il tutto novemila anni prima.

Secondo Platone il dio Poseidone si sarebbe innamorato di Clito, una fanciulla di Atlantide, e “recinse la collina dove ella viveva, alternando tre zone di mare e di terra in cerchi concentrici di diversa ampiezza, due erano fatti di terra e tre d’acqua …”.

Al centro della città vi era il tempio di Poseidone e Clito, lungo 250 metri ed alto in proporzione, rivestito di argento al di fuori e di oricalco all’interno, con al centro una statua d’oro di Poseidone sul suo cocchio di destrieri alati, che arrivava a toccare la volta del tempio.

Poseidone e Clito ebbero 10 figli, il primo dei quali, Atlante, sarebbe divenuto in seguito il governatore dell’Impero.

Questa divenne una monarchia ricca e potente e l’isola fu divisa in dieci zone, ognuna governata da un figlio di Poseidone e dai relativi discendenti. Inizialmente il loro era stato un governo saggio e giusto ma la convivenza con i mortali li corruppe a tal punto che Zeus fu costretto ad intervenire, inabissando l’isola.

Ancora oggi alcuni scienziati e archeologi stanno cercando la mitica Atlantide come mostra il video seguente.

La troveranno mai?

Articolo per chi vuole approfondire

 

La Storia di Atlantide

Diamo un’occhiata ad alcuni particolari stupefacenti che Edgar Cayce fornì nella serie 364 su Atlantide; Secondo Cayce la massa terrestre del continente di Atlantide era enorme.

Il continente si trovava “fra il Golfo del Messico da una parte e il Mediterraneo dall’altra.”

In queste letture egli descrisse l’attuale Mare dei Sargassi (in mezzo all’Oceano Atlantico) come una parte importante di Atlantide e la posizione geografica dove Poseidia – “l’Eden del mondo” – e una delle cinque grandi regioni di Atlantide – sprofondò nel mare (1159-1).

Il Mare dei Sargassi è ancora oggi parte dell’Oceano Atlantico Settentrionale trovandosi grosso modo fra le isole dei Caraibi e le Azzorre, a 900 miglia dalla costa portoghese.

Esso deriva il suo nome da una specie di alghe chiamate sargassum che galleggiano pigramente su tutta la sua superficie. Dal momento dell’avvistamento di questi enormi estensioni di alghe si è sempre delimitato il perimetro di questo particolare mare. Colombo stesso ne prese nota.

Credendo che la terra fosse vicina egli scandagliò il mare, solo per trovarlo senza fondo. Infatti il fondo è oltre 3 miglia più in basso sul Piano Abissale Nares.

Il Mare dei Sargassi occupa quella parte dell’Atlantico fra 20 e 35 gradi nord e 30 e 70 gradi ovest (note come latitudini del cavallo).

E’ in completo contrasto con l’oceano che lo circonda. Le sue correnti sono calme, nonostante siano circondate da alcune delle correnti marine più forti del mondo.

Cayce disse che ci sono alcune “parti sporgenti” che “in un’epoca o nell’altra devono aver fatto parte di questo grande continente.

Le Indie Britanniche occidentali o Bahamas, e una parte delle stesse che si possono vedere attualmente. Se si facesse un rilevamento geologico in alcune di queste, specialmente a Bimini e nella corrente del Golfo, esse potrebbero essere rilevate anche adesso.”

Indicando però il punto in cui si possono trovare prove della cultura diAtlantide Cayce ci fece guardare delle aree dove la civiltà in migrazione si recò per fuggire alla distruzione e alla morte quando la loro patria s’inabissò.

Cayce disse che da una parte “prove di questa civiltà perduta si trovano nei Pirenei e in Marocco”, e dall’altra nell’“Honduras Britannico, nello Yucatan e in America.”

Cayce faceva riferimenti al nord America quando parlava degli irochesi reali (1219-1): “Allora l’entità fu fra il popolo, gli indiani, degli irochesi; quelli di nascita nobile, quelli che erano dei puri discendenti degli atlantidi, quelli che si attenevano alle influenze ritualistiche della natura stessa.”

Gli irochesi originali erano costituiti dalle tribù dei Mohawk, Oneida, Onondaga, Cayuga e Seneca.

Questi popoli furono una delle democrazie partecipative viventi più vecchie del mondo.

Il governo era davvero basato sul consenso dei governati. L’11 giugno 1776, mentre la questione dell’indipendenza coloniale veniva discussa, i capi irochesi in visita vennero formalmente invitati nella sala d’incontro del Congresso Continentale.

Sia Ben Franklin sia Thomas Jefferson adottarono parti della costituzione irochese per sviluppare la costituzione degli USA.

E’ interessante notare che gli irochesi erano matriarcali,le donne avevano posizioni di potere. Esse possedevano case lunghe, controllavano la terra e sceglievano il capo.

I figli appartenevano al clan della madre.

Quando un uomo si sposava viveva con il clan della moglie. Questo è interessante perché Cayce disse che prima del leggendario Diluvio Universale il femminino era dominante in tutto il mondo antico.

Era naturale, disse. Dopo le distruzioni in quei tempi antichi il mascolino divenne dominante.

Presto questi aspetti della dualità dell’umanità (yin e yang) si congiungeranno in una esercitazione unita del potere, come dovrebbe essere.

Un punto chiave da rilevare qui è che gli atlantidi erano di razza rossa.

Cayce descrisse che in origine erano “forme di pensiero, capaci di spingersi fuori da se stesse, in modo molto simile come l’ameba farebbe ora nell’acqua di una baia stagnante. Via via che assumevano maggiore forma fisica essi diventarono più induriti o fissi, molto simili alla forma del corpo umano esistente allora, con il colore somigliante all’ambiente, molto simili a come fa l’odierno camaleonte, quindi entrarono in quella forma come i rossi o popoli o colori misti, noti più tardi come la razza rossa.”

Secondo le letture di Cayce, il periodo glorioso per Atlantide fu dal 210 000 a.C. fino a circa il 50 722 a.C. quando avvenne la prima distruzione. Cayce disse che gli atlantidi erano in origine un “popolo pacifico” il cui sviluppo nella forma fisica e nel potere fisico cresceva rapidamente.

Egli spiegò che era così perché “essi si riconoscevano come parte di ciò che li circondava. Perciò per quanto riguarda il rifornimento di ciò che era necessario a sostenere la vita fisica com’è nota oggi, del vestiario o delle necessità corporee, queste cose venivano fornite dagli elementi naturali. ”

Grazie alla loro unione con le Forze Naturali gli atlantidi rapidamente svilupparono quelle capacità che “verrebbero chiamate l’era aerea o era elettrica, e che fornirono quindi le modalità di transposizione per mezzo di quella capacità che esisteva in loro di essere trasportati nel pensiero come anche nel corpo.” Essi potevano viaggiare con la mente nonché col corpo.

Sorprendentemente questo non avveniva solo nei regni terrestri! Cayce disse che erano in grado “di trasportarsi fisicamente da una parte dell’universo all’altra”! Oltre alla capacità degli atlantidi di “spostarsi”, Cayce parlò anche del cristallo di Atlantide, la loro famosa fonte di potere.

Per la verità le letture di Cayce non sono chiare su questo punto come potremmo sperare, soprattutto perché poche persone hanno fatto domande sul tema.

Ciò che si può dedurredalle sue letture è che forse c’erano vari cristalli e pietre simili a cristalli e che venivano usati in vari modi durante la storia di Atlantide.

Dapprima egli indicò che in origine ci fu un cristallo che era sintonizzato con le forze cosmiche, datrici di vita, dell’universo.

Questa sintonizzazione fu usata per aiutarli a rigenerare i loro corpi fisici per la longevità e a connettere le loro menti al cosmo e alle Forze Creatrici.

Inoltre una delle letture di Cayce (440-3) indica che gli atlantidi avevano “un insieme di cristalli” che incanalava i raggi provenienti dalla lontana stella Arcturus, dotandoli della “trasmissione di energia eteronica” per ottenere un “forte riscaldamento”.

Infine c’era la pietra Tuaoi.

Nella lettura 2072-10 Cayce affermò che questa pietra era in origine “il mezzo e fonte o modo attraverso cui i poteri esistenti si concentravano per rendere noti ai figli degli uomini e ai figli di Dio, le forze o poteri che li guidavano.”

Più tardi essa venne usata per “guidare le varie forme di transizione o viaggio attraverso quei periodi di attività degli atlantidi.

Fu in quei periodi che venivano guidati aerei o mezzi di trasporto; anche se questi viaggiavano in quei tempi allo stesso modo nell’aria o sull’acqua o sotto l’acqua .

Ma la forza con cui venivano guidati si trovava nella centrale energetica principale, o pietra Tuaoi, che era il raggio su cui agiva.”

Durante questa era d’oro i Figli di Dio (maschi e femmine), identificati da Cayce anche come Figli della Legge dell’Uno, vivevano e lavoravano in armonia con le forze della Natura e con le Forze Cosmiche.

Intorno al 106 000 A.C. venne creato un nuovo corpo fisico che avrebbe aiutato le nostre anime ad incarnarsi meglio in questo mondo difficile.

In realtà si trattava di due corpi, uno maschile e uno femminile.

Cayce lo chiamò il “corpo della terza razza originale”.

Le leggende dei Maya lo chiamavano il corpo “Labirinto Blu”, facendo notare che era perfetto sotto ogni punto di vista.

In quel momento della storia di Atlantide Cayce raccontò come le anime che conosciamo come Gesù e Maria arrivarono ad Atlantide come Amilius e Lilith.

Essi vennero per aiutare le anime a cavarsela meglio con le sfide e le necessità durante le incarnazioni in questa dimensione.

Inizialmente Amilius e Lilith erano uniti in un’unica superanima (il Logos o Cristo – Cayce disse che “non ci fu mai un periodo in cui non ci fu un Cristo”).

Ma Amilius e Lilith si resero conto come la dualità di questa dimensione separava gli aspetti gemelli dell’anima nelle sue parti yin e yang.

Cayce disse che ci vollero 78 anni per dividere del tutto Amilius e Lilith in corpi specifici per gli aspetti maschili e femminili di un’unica anima.

Dopo questo compimento si divise anche la maggior parte delle altre anime.

Il risultato fu maggiore amicizia in questo mondo di separazione e dualità. La storia parallela nella Bibbia è quella in cui Dio si rese conto che Adamo era solo in questo nuovo mondo, e fra tutte le creature di questo mondo non si riuscì a trovare un compagno adatto a lui.

Per cambiare questa situazione Dio fece scendere un sonno profondo su Adamo ed estrasse da lui il suo lato femminile, separandolo dal lato maschile.

Ora essi poterono essere amici e compagni uno per l’altra.

Secondo Cayce, Amilius continuò a creare e a migliorare le condizioni e le forme fisiche così che le anime potessero incarnarsi con una maggiore presenza della loro coscienza più elevata e usarla nella fisicità.

Si costruirono dei templi per conservare e insegnare l’importanza dell’unione con il Cosmo, con le Forze Creatrici e con gli altri.

Furono tempi gloriosi per Atlantide.

Tragicamente molte anime incarnate, chiamate da Cayce i “figli di Belial”, cercarono sempre di più di seguire i propri interessi e le gratificazioni egoistici con sempre meno preoccupazione per l’integrità e la cooperazione necessarie per l’unione con la Vita e le creazioni della Vita.

Decadenza morale, follia del potere, mancanza di rispetto per la Natura ignoranza dell’unione con le Forze Cosmiche e un senso crescente di gerarchia e superiorità su altri gettarono Atlantide nello scompiglio.

Per quanto i Figli della Legge dell’Uno cercassero a richiamare l’attenzione su queste cose, le influenze dei figli di Belial portarono Atlantide in un’era di attività e pensiero distruttivi. La leadership di Amilius venne sostituita con quella di Esai.

Le vibrazioni in precedenza pacifiche ora attrassero grandi animali pericolosi – che entrarono sul continente per la prima volta (tigri dai denti a sciabola, mastodonti, mammut ecc.).

C’era bisogno di nuove armi per proteggere la gente. Apparecchiature, prima pacifiche, per curare le malattie vennero trasformate in macchine per uccidere quando gli atlantidi cominciarono a cercare i propri interessi egoistici senza considerare l’effetto sull’interezza della vita. Cayce dice sulla pietra Tuaoi, più tardi chiamata pietra focaia, che “l’uomo infine la convertì in un canale per le forze distruttive”.

La pietra che ringiovaniva diventò ciò che Cayce chiamò un “raggio della morte”. Dalla perdita successiva della sintonizzazione e della coscienza elevata risultò che i cristalli perdevano la loro sintonia, e le centrali di energia vennero usate per uccidere piuttosto che per ravvivare e rigenerare il corpo e la mente.

I cristalli fuori sintonia causarono una disarmonia colossale con il campo di forze sulla terra ed intorno ad essa.

Il potente raggio della morte non uccise solo i nemici, esso disturbò le sfere che circondavano il pianeta in tal modo che Cayce dichiarò che il pianeta si levò contro queste vibrazioni, e si verificò la prima distruzione.

Cayce segnò il regno di Esai come un punto di svolta nella storia di Atlantide. “Con questo regno, con queste forze distruttive, troviamo la prima trasformazione dei fuochi degli altari in sacrifici di quelli che vennero catturati, e il sacrificio umano ebbe inizio.

Con questo venne anche il primo esodo di gente prima ai Pirenei, [poi] ad Og, o quei popoli che più tardi diventarono l’inizio degli Inca, [poi]quelli degli abitanti dei tumuli [nord America].”

Cayce spiegò che tale attività “fece nella natura e nella forma naturale la prima delle eruzioni che si svegliarono dalle profondità della lenta Terra in fase di raffreddamento, e quella parte ora vicino a ciò che si chiamerebbe il Mare dei Sargassi sprofondò per prima negli abissi.”

Fatto triste, Cayce fece rilevare che la distruzione non solo tolse la vita a molte anime negative, essa portò con sé “TUTTE quelle forme di Amilius che egli raggiunse… in quel grande sviluppo in questo posto, l’Eden del mondo.

Queste eruzioni violente spezzarono il grande continente in 5 isole. Il primo Eden, come Cayce lo chiamò, non esisteva più.

Nonostante la reazione violenta del pianeta, i Figli di Belial continuarono a lottare e tolsero il controllo ai Figli della Legge dell’Uno.

Il problema era complesso. Se questi ultimi rimanevano, essi dovevano combattere con Belial; ciò faceva venir fuori atteggiamenti e energie che essi non volevano sviluppare.

Molti scelsero invece di migrare in altre terre e di continuare la loro unione con le Forze Creatrici, insegnando a chi voleva ascoltarli.

Coloro che rimasero ad Atlantide, Cayce dichiarò, lottarono contro l’oscurità di Belial, Baal, Baalila e persino Belzebù!

Alla fine il consiglio governativo di Atlantide si trovò sotto il totale controllo delle energie e dei desideri negativi.

Per la verità le letture di Cayce descrivono come alcuni sacerdoti e sacerdotesse ben intenzionati e in grande sintonia cercarono di accogliere i figli di Belial nella convinzione che la cooperazione avrebbe potuto aiutarli a ritornare alla verità, ma essi infine si trovarono corrotti da Baal e a sprofondare in oscurità e disperazione.

Tre sacerdoti di Atlantide, Atlan, Iltar e Hept-supht, stabilirono che l’era di Atlantide era terminata.

Essi conservarono la storia di Atlantide incidendola su tavolette di pietra.

Ognuno di loro prese una serie di queste documentazioni con l’intenzione di conservarle per un futuro in cui l’umanità avrebbe nuovamente cercato di conoscere la verità. Iltar salpò con 10 compagni alla volta delle coste dello Yucatan. Hept-supht salpò per l’Egitto.

Atlan nascose le sue tavolette in una volta nel suo tempio a Poseidia, vicino al Bimini di oggi . Fra il 28 000 e il 22 000 a.C. (le letture di Cayce non sono molto chiare su questo) avvenne una seconda distruzione.

Questa inondazione lasciò solo tre isole sopra la superficie dell’acqua e solo parti di esse abitabili, distruggendo il tempio di Atlan e portandolo negli abissi.

Essa distrusse anche il tempio di Iltar, ma egli ricuperò le tavolette e le spostò nell’entroterra, forse dove oggi si trova Piedras Negras, nel Guatemala.

Le tavolette di Hept-supht erano sull’altopiano di Giza e furono infine nascoste in una camera sotterranea sotto la zampa anteriore destra della Sfinge.

A questo punto le migrazioni diventarono critiche.

Quelli che avevano il senso della verità più grande e dello scopo per la vita cominciarono a fare piani per conservare la propria saggezza e continuare a mantenere un certo livello di luce sulla Terra salvando nello stesso tempo il proprio corpo fisico.

Per i successivi dieci a ventimila anni le anime emigrarono da Atlantide e istituirono templi in terre nuove.

La distruzione finale avvenne nel 10 040 a.C. quando le terre rimanenti di Atlantide sprofondarono in mare.

Nel 1932 Cayce dichiarò che le anime di Atlantide si stavano reincarnando sulla Terra e “stanno esercitando e eserciteranno un‘influenza sugli eventi del mondo attuale.”

Cayce insegnò che in una nuova era di rapido avvento tutti i poteri e le consapevolezze conosciute ad Atlantide sarebbero tornati da noi.

Allora essi avevano portato alla distruzione.

Come li useremo noi adesso? Egli spiegò che riacquisteremo la nostra capacità di avere una consapevolezza cosciente della nostra unione con le forze della Natura e le Forze Cosmiche e saremo in grado di usare questa consapevolezza per prenderci cura delle nostre necessità materiali.

Ma dovremo stare attenti nell’usare tale consapevolezza e potere preoccupandoci dell’effetto sull’Insieme della Vita.

Atlantide e tutto ciò che aveva di buono e di cattivo stanno sorgendo di nuovo.

Come ce la caveremo questa volta?

Tunguska

Mist3ri

Tunguska

Cento anni fa sui cieli della Siberia un’esplosione da mille bombe atomiche.

Tra le ipotesi la disintegrazione di un asteroide, ma anche lo «scontro» con un blocco di antimateria cosmica.

Un mistero mai risolto.

L’enigma di Tunguska.

tunguskamap400

Mappa che mostra il luogo dove è avvenuta la catastrofe

 

Che un secolo fa, in piena Siberia, si sia verificata un’esplosione equivalente a mille bombe nucleari di tipo Hiroshima, e che quel remoto fenomeno rimanga ancora un problema insoluto, malgrado decine di esplorazioni e ricerche, è uno smacco per la moderna ricerca scientifica. Ma proprio questa è la storia della misteriosa esplosione di Tunguska, che il 30 giugno 2008 compie esattamente 100 anni: tante supposizioni, tanti tenui indizi, e ancora nessuna ipotesi definitivamente provata. Caduta di una cometa o di un asteroide? Esplosione di una bolla naturale di gas metano? Oppure, per scivolare sul fantascientifico, collisione fra il nostro pianeta e un grumo di antimateria? O lo schianto di un’astronave aliena? Sul caso Tunguska, negli ultimi anni, se ne sono lette di tutti i colori, da credibili ipotesi pubblicate su qualificate riviste scientifiche, ad articoli e libri di fiction privi di qualunque fondamento. Il centennale del mistero della Tunguska, ancora oggi irrisolto, merita un’attenta ricostruzione dei fatti.

Alle ore 7:14 locale, 0:14 T.U., del 30 giugno 1908 un evento catastrofico ebbe luogo nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, abbattendo 60 milioni di alberi su 2150 chilometri quadrati.

Il rumore dell’esplosione fu udito a 1000 chilometri di distanza.

A 500 chilometri alcuni testimoni affermarono di avere udito un sordo scoppio e avere visto sollevarsi una nube di fumo all’orizzonte.

A 65 chilometri il testimone Semen Semenov raccontò di aver visto in una prima fase il cielo spaccarsi in due, un grande fuoco coprire la foresta e in un secondo tempo notò che il cielo si era richiuso, udì un fragoroso boato e si sentì sollevare e spostare fino a qualche metro di distanza.

L’onda d’urto fece quasi deragliare alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana a 600 km dal punto di impatto. Si ritiene in base ai dati raccolti che la potenza dell’esplosione sia stata compresa tra 10 e 15 megatonipetajoule).

tunguska cratereCratere di Tunguska

Altri effetti si percepirono persino a Londra, dove, in quel frangente, pur essendo mezzanotte era talmente chiaro e illuminato da poter leggere un giornale senza l’ausilio della luce artificiale.

L’ipotesi più accreditata come causa del fenomeno è l’esplosione di un asteroide sassoso di circa 30 metri di diametro che si muoveva ad una velocità di almeno 15 chilometri al secondo.

La deflagrazione del corpo celeste sarebbe avvenuta ad una altezza di 8 chilometri. La resistenza offerta dall’atmosfera può aver frantumato l’asteroide la cui energia cinetica è stata convertita in energia termica.

La conseguente vaporizzazione dell’oggetto roccioso ha causato un’immane onda d’urto che ha colpito il suolo.

Grazie ad una simulazione, alcuni scienziati della NASA e dell’Università del Wisconsin, Christopher Chyba e Kevin Zahnle con Paul J. Thomas, escludono che l’asteroide fosse di natura ferrosa o carbonacea.

Nel primo caso, il corpo celeste avrebbe raggiunto il suolo senza frantumarsi, nel secondo caso, la deflagrazione sarebbe avvenuta troppo in alto nell’atmosfera per devastare una zona così ampia di taiga.

Per ragioni analoghe e per considerazioni sulla densità, i tre studiosi ritengono improbabile che l’evento di Tunguska sia stato generato da una cometa.

Simulazioni più recenti, come quella effettuata da N.A. Artemieva per conto dell’Istituto per la dinamica della geosfera di Mosca hanno confermato la probabile vaporizzazione dell’asteroide avvenuta 5-10 chilometri sopra Tunguska, mentre nel 2007 Mark Boslough per conto del Sandia National Laboratories ha calcolato che l’esplosione fu di circa 3-5 megaton.

tunguska

 

Saranno forse i ricercatori italiani a svelare l’enigma di Tunguska che resiste dal mattino del 30 giugno 1908, quando alle 7,14 un misterioso oggetto di forma oblunga, più luminoso del sole, attraversò il cielo e precipitò nei pressi del fiume Podkammennaya Tunguska, in una regione abbandonata da Dio e dagli uomini della Siberia centrale, dove la taiga si fa palude e il suolo resta ghiacciato per almeno otto mesi l’anno.

In questi giorni a Vanavara, sperduto paese della regione siberiana di Krasnojarsk, festeggiano il centenario del Grande Impatto, nella nuova piazza hanno installato un monumento che riproduce un meteorite, e per le strade si vedono in giro facce nuove, gente abbigliata come Indiana Jones, persone che hanno per idolo il mitico Leonid Kulik, il primo esploratore che nel 1927 osò avventurarsi nella Grande Terra Morta, oltre il fiume Podkammennaya Tunguska, un affluente dello Jenissej: sono i turisti dell’impossibile, i cacciatori di Ufo, gli indagatori dei segreti più tenebrosi. Perché a Tunguska successe qualcosa che ancora dopo un secolo nessuno è riuscito a scoprire.

Fu l’impatto più violento e devastante della nostra era: si levò un’immensa colonna di fuoco che raggiunse i quindici chilometri d’altezza. Il boato fu udito a centinaia di chilometri di distanza.

I treni della Transiberiana, 500 chilometri più a sud, rischiarono di deragliare. Un’onda incandescente carbonizzò ottanta milioni di betulle ed abeti, un’area di oltre 2mila chilometri quadrati si trasformò in un deserto di cenere e di fango radioattivo, fu come se fosse scoppiata mille volte la bomba di Hiroshima, si valuta oggi che la potenza dell’esplosione fosse di 15 megaton.

Gli osservatori geofisici registrarono violente tempeste magnetiche, sino in Europa Settentrionale.

Cominciò a cadere sulla Siberia pioggia nera, e gli sciamani predissero disgrazie e morte per la Russia.

I quotidiani Krasnoyarets e Sibir riportarono drammatiche testimonianze.

La più celebre è quella del contadino Semen Semenov di Vanavara, un paese che distava dal luogo dell’impatto circa settanta chilometri: “Ero seduto in casa per far colazione nella fattoria, esposta a nord. D’improvviso vidi che proprio a nord, sopra la strada per Tunguska di Onkoul, il cielo si era diviso in due e il fuoco appariva in alto e si estendeva sopra tutta la foresta.

La spaccatura in cielo si allargò e tutta la parte nord si coprì di fuoco. Per un attimo persi i sensi.

Mia moglie uscì fuori e mi accompagnò in casa. Dopo di ciò, arrivò un tal fragore, come di rocce che cadevano o di cannoni che sparavano, e la terra tremò”.

I vetri delle finestre andarono in frantumi. L’ondata di calore danneggiò le coltivazioni.

I contadini maledirono quel giorno. Oggi, invece, frastornati dall’insolito traffico, dai visitatori e dalle autorità che si presentano a Vanavara col seguito di cameramen, giornalisti e scienziati, benedicono il “corpo celeste” che piovve dal cielo, “brindiamo alla salute del meteorite!” si sente dire in questi giorni di festa e ricorrenze, e in cuor loro gli abitanti del paese sperano che il mistero non venga mai svelato: “Molti dicono che noi paghiamo gli scienziati affinché non risolvano l’enigma”, scherza Jaroslav Malashyj, capo dell’amministrazione provinciale di Evenkia.

E in effetti, attorno al mistero di Tunguska ci sono più dispute che certezze. Chi aveva ucciso la taiga? Chi aveva sterminato migliaia di renne, distrutto foreste per una regione vasta quanto le Marche? Un asteroide di pietra? Una cometa di ghiaccio? Oppure, come ipotizzano i “cacciatori” d’Ufo, un’astronave aliena esplosa mentre sorvolava la Terra? Lo scienziato Kulik suppose che la causa fosse un meteorite di ferro e nichel.

Per dodici anni setacciò la zona. Ma non trovò un solo grammo di quel meteorite.

Durante una conferenza presso l’Accademia delle Scienze russa, il team capeggiato da Giuseppe Longo, professore di fisica all’università di Bologna ha annunciato di avere scoperto le tracce di un probabile cratere d’impatto: il lago di Ceko, a 8 chilometri dall’epicentro dell’esplosione.

La speranza di Longo e dei suoi collaboratori è di recuperare un frammento dell’oggetto cosmico.

Longo e il suo gruppo si occupano di Tunguska dal 1991: poco per volta, ipotizzarono che la deflagrazione nell’atmosfera di un asteroide o di una cometa avesse determinato la formazione del lago Ceko, vicino al fiume Kimciu.

La sua forma a imbuto, leggermente ellittica, è molto diversa da quella tipicamente piatta degli altri laghi siberiani.

 tunguska-photo400

Per approfondire.

ACCECANTE COME UN SOLE – Il 30 giugno 1908 alle 7,14 del mattino, quando sull’altopiano siberiano è giorno affermato, appare un oggetto simile a un disco solare, con una luminosità ancora più accecante del Sole. Sfreccia da Sud-Est a Nord-Ovest, riempiendo il cielo di bagliori intermittenti blu e bianchi e lasciandosi dietro una scia di fuoco e fumo. Fende l’aria con un sibilo, poi piega verso il suolo e inonda l’orizzonte di un rosso cupo, prima di scomparire con un sordo boato. Alcuni riferiscono di aver visto distintamente il disco luminoso, contornato da tutti i suoi fenomeni accessori; altri lo percepiscono soltanto indirettamente, come un lampo, una colonna di fumo, un tremendo tuono che fa vibrare l’aria e il terreno. L’oggetto sembra cadere in una zona disabitata, immediatamente a Nord di un corso d’acqua riportato in tutte le carte geografiche, Tunguska, uno di quei grandi fiumi che dalle alture orientali si tuffano nel bassopiano siberiano a ingrossare le acque dello Jenisej. Il paesaggio è quello tipico dell’altopiano siberiano: catene montuose e vallate che si succedono monotone, ricoperte dalla taiga, la fitta foresta di conifere secolari. Tutto attorno, una complessa rete fluviale, punteggiata da paludi malsane. La zona, d’inverno, è il regno delle nevi e dei ghiacci, con temperature che scendono oltre i 50°C sotto lo zero. In quella regione, che ai primi del secolo era in gran parte inaccessibile e in parte abitata da popolazioni di cacciatori nomadi, l’oggetto non identificato sceglie una depressione naturale per scatenare tutta la forza del suo impatto: una conca circondata da colline e montagne e ricoperta da alte conifere. Le esatte coordinate geografiche, determinate 19 anni dopo il fatto, sono 60° 53’ 09” di latitudine Nord; 101° 53’ 40” di longitudine Est.

LA FORESTA CARBONIZZATA – Il disastro è di vastissime proporzioni: circa 2mila km quadrati di foresta bruciata e devastata, migliaia di animali abbattuti e, stando alle testimonianze locali, molti cacciatori e abitanti di povere capanne feriti e ustionati; ma, a quanto sembra, nessun morto. Ancora oggi, a testimonianza di quel cataclisma, resistono centinaia di tronchi di alberi abbattuti e carbonizzati, a indicare con il loro orientamento gli effetti dell’onda d’urto. I fenomeni luminosi sono avvertiti entro un raggio di 600-700 km; quelli acustici uditi fino a mille km di distanza. Per dare un’idea della portata del fenomeno, se fosse accaduto a Roma, sarebbe stato visto da un capo all’altro della penisola e udito da Francoforte a Tripoli, da Barcellona a Belgrado. Il mondo è e rimarrà per parecchio tempo inconsapevole dell’evento, ma i sensibili pennini dei sismografi e dei barografi dell’Europa intera registrano l’accaduto che è interpretato come uno dei tanti terremoti lontani. Molti anni più tardi, saranno gli studi comparativi delle registrazioni sismiche e barometriche, a permettere di calcolare la potenza scatenata dall’esplosione della Tunguska che fu di circa 13 mila kilotoni, equivalente cioè a un migliaio di bombe come quella sganciata su Hiroshima. Le notti successive un altro e più appariscente fenomeno s’impone alle popolazioni europee e asiatiche delle alte latitudini: molte ore dopo il tramonto del Sole persiste una luminosità crepuscolare di straordinaria intensità. I giornali parlano di «fantasmagorici bagliori notturni» e gli astronomi spiegano che, probabilmente, si tratta di aurore boreali connesse all’attività del Sole.

IL CRATERE CHE NON C’E’ – Trascorso il turbine della prima guerra mondiale e della rivoluzione bolscevica, bisognerà aspettare il 1921 perché un ricercatore del Museo di Mineralogia di Petrograd, Leonid A. Kulik, incuriosito dai ritagli ormai ingialliti dei giornali del 1908, decida di compiere il primo sopralluogo nella zona del disastro. Si reca, innanzitutto, nei centri più popolosi ai margini dell’area colpita, alla ricerca di testimoni oculari, e raccoglie una grande quantità di prove. Riesce a ricostruire la traiettoria del corpo, pensa che si tratti di un grosso meteorite che cadendo a terra ha scavato un cratere e ritiene di poterlo scoprire, recuperando anche i frammenti del presunto corpo celeste. Per aver successo nell’impresa occorre una spedizione ben organizzata, in grado di penetrare tra le foreste e le montagne che circondano il luogo dell’impatto. Kulik impiegherà sei anni per convincere i membri dell’Accademia Sovietica delle Scienze a finanziare l’impresa. Ma la ricognizione non dà i risultati sperati: dopo mille fatiche e difficoltà, lo studioso non trova ne’ il cratere, ne’ i frammenti del meteorite.

COMETA O ASTEROIDE? – Per superare queste contraddizioni, comincia a farsi strada un’idea, avanzata nel 1930 dall’inglese J. W. Whipple, che identifica l’oggetto con il nucleo di una piccola cometa avente circa 40 m di diametro, una stima che sarà poi rivalutata da alcuni astronomi favorevoli a questa ipotesi. Un nucleo cometario, ragiona Whipple, penetrando ad alta velocità nell’atmosfera, può dare luogo a un’onda d’urto e a un’esplosione distruttive e, nello stesso tempo, a causa della sua bassa densità e della sua struttura a conglomerato di ghiacci e polveri, può disintegrarsi completamente, disperdendo una grande quantità di piccoli grani solidi. Si spiegherebbero in questo modo il fenomeno delle notti lucenti, il mancato ritrovamento di grossi frammenti meteoritici e l’assenza di crateri da impatto. Questa, ancora oggi, è l’ipotesi sostenuta da molti scienziati russi. Quelli occidentali, invece, propendono per un piccolo asteroide, anche questo esploso e vaporizzato in aria, tra 5 e 10 km d’altezza, che avrebbe lasciato al suolo soltanto tracce microscopiche.

IL MISTERO IN FONDO AL LAGO – La Tunguska ha attratto l’attenzione anche di un gruppo di studiosi italiani coordinato dal professor Giuseppe Longo, un fisico dell’Università di Bologna. Essi, dopo sopralluoghi e analisi, pensano di avere individuato in un piccolo laghetto denominato Cheko, il cratere scavato da uno dei frammenti del presunto asteroide. L’ipotesi, avanzata in un articolo sulla rivista scientifica Terra Nova (agosto 2007), non è condivisa da altri esperti e richiederà ulteriori esplorazioni sul fondo del lago, alla ricerca di eventuali frammenti del corpo celeste, per essere provata. Fra le ipotesi più stravaganti ne esistono due che tuttavia si basano su studi scientifici qualificati. La prima, elaborata da Willard Libby, lo scopritore della tecnica di datazione col carbonio 14, si basa proprio sull’abbondanza di questo isotopo riscontrata negli anelli di accrescimento degli alberi subito dopo il fenomeno: fatto che viene attribuito alle conseguenze di una possibile annichilazione fra la materia terrestre un blocco di antimateria spaziale venuto a contatto con l’alta atmosfera. La seconda ipotesi esotica, avanzata da un gruppo di fisici dell’Università del Texas, riconduce i fenomeni descritti in Siberia nel 1908 allo scontro fra il nostro pianeta e un mini buco nero, come quelli la cui esistenza è stata postulata dall’astrofisico Stephen Hawking. Il centenario della Tunguska sarà celebrato anche su internet, il 28 giugno 2008 alle ore 22, con una diretta web interattiva tenuta dall’astronomo Gianluca Masi.

BOLOGNA – Il mistero di Tunguska potrebbe avere le ore contate. La misteriosa esplosione, pari a mille atomiche di Hiroshima, avvenuta 99 anni fa nella remota località della Siberia, sta per avere una spiegazione scientifica grazie ai ricercatori del Cnr e dell’Università di Bologna.

Per anni si è fantasticato attorno alle cause dell’esplosione: si è parlato di Ufo, antimateria, buchi neri o altri fenomeni mai dimostrati. Ora i nostri scienziati sono certi di avere in mano le prove che a Tunguska si è verificato il maggiore impatto storicamente accertato tra il nostro Pianeta e un corpo celeste.

La vicenda. Alle 7,14 del 30 giugno 1908 una devastante esplosione nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, abbattè 60 milioni di alberi in un’area di 2150 chilometri quadrati. Il rumore dell’esplosione fu udito a 1000 chilometri di distanza. Alcuni testimoni che si trovavano a 500 chilometri dal punto di impatto, riferirono di aver visto sollevarsi una nube di fumo all’orizzonte. Alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana, a 600 chilometri dal punto di impatto rischiarono quasi di deragliare. Ma a Tunguska non è rimasta nessuna traccia di un cratere di impatto o di altri elementi chiaramenti riconducibile ad un corpo di origine extraterrestre. Almeno fino ad oggi.

tunguska_photo_1_250  tunguska_photo_2_250

tunguska_photo_3_250  tunguska_photo_4_250

tunguska_photo_5_250  tunguska_photo_6_250

tunguska_photo_7_250  tunguska_photo_8_250

Olstykke Skull

Mist3ri

Olstykke Skull.

olstykke_skull (3)

Il misterioso Olstykke Skull, è stato ritrovato sull’isola Danese Sealand.

Probabilmente appartiene ad un alieno!!

Nel luglio 2007 ci fù il ritrovamento del cranio in Olstykke sull’isola danese Sealand, tuttavia all’epoca non fece clamore e la notizia rimase in gran parte ignorata dalla scienza almeno fino al 2010. I ricercatori di veterinaria, che nel 2008 esaminarono il cranio alla High School di Copenaghen, hanno semplicemente concluso che “Anche se simile a un mammifero, alcune caratteristiche rendono impossibile accostarlo ad animali noti”.

Le ipotesi che si sono fatte in proposito sono: Un alieno morto sul nostro pianeta e con tutta probabilità abbandonato dai suoi compagni oppure sopravvissuto all’incidente del suo velivolo? Un possibile viaggiatore del tempo sfortunato (ovviamente)? Un visitatore da un universo parallelo? Una specie umana o animale finora sconosciuta? Oppure una deformità ossea di un essere umano? Nessuno lo sa per certo, e non importa neppure quale che sia la sua provenienza, il Teschio di Sealand in se stesso racchiude il potenziale per cambiare la visione del mondo in cui viviamo.

olstykke_skull (4)

Rinvenuto durante la sostituzione delle vecchie condotte di scarico in una abitazione a olstykke, in un primo momento credevano che fossero ossa di cavallo, perché la casa, in precedenza, apparteneva ad un macellaio che effettivamente macellava cavalli, e il giardino di casa sua era pieno di resti di questi animali. Questo si è creduto fino a quando tra le ossa di cavallo non è stato ritrovato questo teschio con la sua forma di umanoide. Gli scavi successivi presso il sito non hanno portato alla luce ulteriori resti riconducibili alla creatura, solo ossa di animali chiaramente identificabili, asce di pietra e altri strumenti neolitici che erano comuni nella zona. Tuttavia, il semplice fatto che il cranio sia stato ritrovato tra resti neolitici, non rivela la sua esatta natura ne tanto meno presuppone l’età del reperto. La datazione al carbonio 14, presso il Niels Bohr Institute di Copenhagen ha rivelato che la creatura ha vissuto tra il 1200 e il 1280 dC. Inoltre, il cranio è stato trovato sopra dei vecchi tubi, e dallo stato di conservazione si può sospettare che il cranio non è stato sepolto almeno fino a dopo il 1900. Anche l’assenza di altre parti dello scheletro della creatura è un mistero, questo ha portato gli scienziati a sospettare che non sia stato sepolto in quel luogo per lungo tempo, probabilmente solo per un paio di decenni.

olstykke_skull (2)

Lo scopo era, forse, di nascondere il cranio con il suo segreto; e con tutta probabilità qualcuno lo ha conservato per decenni e solo successivamente sepolto. E ‘interessante notare che i residenti in Olstykke e villaggi vicini si ricordano che fin da tempi antichi è esistita una setta locale chiamata “l’ordre Lux Pegasos (l’Ordine della Luce Pegasus’), e che questa setta, in nome della tutela dell’ordine, venerasse e conservasse questi cimeli, inoltre a confutare questa tesi circolano varie voci – tra cui quella di un cranio misterioso e di diversi oggetti fatti di un materiale resistentissimo di origine sconosciuta emanante luce propria. Il cranio si mormora che arrivi addirittura dai Balcani anche se non siano le sue vere origini, e che prima di arrivare in Danimarca sia anche stato conservato a Parigi, Francia e Germania nei pressi di Monaco di Baviera.

Se la storia risultasse vera, c’è la concreta possibilità che delle ulteriori ricerche possano portare alla scoperta di ulteriori manufatti alieni. E’ plausibile che l’ordre Lux Pegasos conservi ancora altri oggetti di culto inerenti questa scoperta e che questi oggetti possano ricondurre alle origini dei manufatti dando così comprensione allo scopo della setta e all’origine del loro culto. Si sa poco di questo setta, solo che è stata costituita intorno al 1350 e che in tutta la sua esistenza ha contato influenti poeti e scrittori tra i suoi membri. Tra le personalità importanti sono annoverati: Giovanni Boccaccio, William Shakespeare, René Descartes, Thomas Jefferson, Edward Bulwer-Lytton, Ambrose Bierce, Karin Boye, HG Wells, Julio Cortázar, Joseph Heller, Octavia Butler, Aleksandr Solsjenitsyn e Ahmed al-Baghdadi. Ovviamente ci poniamo anche delle domande; perché il compito di conservare manufatti alieni e le loro conoscenze sia ricaduto su di un ordine costituito da così tanti scrittori, ma anche il nome stesso dell’ordine rimane un mistero e non svela nulla sul perché si faccia riferimento alla costellazione di Pegaso.

olstykke_skull (1)

Il Teschio di Sealand è circa una volta e mezzo più grande di un cranio maschile Homo sapiens. Soprattutto le orbite contribuiscono ad aumentare la sua dimensione. La sua superficie liscia rivela che la creatura si è adattata ad un clima freddo, e la dimensione relativa alle orbite ci induce a pensare che si trattasse di una creatura notturna o che comunque vivesse nella semi oscurità o addirittura nel sottosuolo o su di un pianeta che orbita attorno a una stella remota o debole, probabilmente una stella rossa o arancione. Tutto questo è riconducibile alla stella 51 Pegasi nella costellazione di Pegaso che è stata la prima stella simile al Sole, scoperta per avere un pianeta orbitante. I pianeti in orbita attorno alla stella HR 8799 Pegasus furono i primi ad essere scoperti, e l’analisi spettroscopica di HD 209458 b, l’altro pianeta della costellazione, ha fornito la prima evidenza di vapore acqueo atmosferico oltre il nostro sistema solare.