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Le Rocce Brillanti di Novojoa

Le Rocce Brillanti di Novojoa

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Gli abitanti di Novojoa, una città dello stato messicano di Sonora, hanno scoperto alcune strane rocce, la cui origine è del tutto ignota.

Queste strane pietre mostrano delle proprietà del tutto inusuali rispetto a quelle che è possibile trovare in questa regione del Messico.

Secondo i testimoni, le misteriose rocce risplendono quando sono colpite da una fonte di luce ed emettono un vapore con un odore molto simile al cloro. Questo gas sembra avere la proprietà di cambiare il colore dei materiali con cui entra in contatto, come carta e cartone.

Secondo quanto riporta il Daily Mail, un laboratorio metallurgico sta testando alcuni campioni del materiale, per comprenderne la composizione e l’origine.

“Non sappiamo cosa sono queste rocce”, ha dichiarato Juan Manuel Ramirez Sandoval, segretario tecnico della Protezione Civile di Novojoa. “Ma le compagnie minerarie che operano nella regione sono interessate ai risultati delle analisi di laboratorio”.

Intanto, secondo quanto riporta il comandante dei Vigili del Fuoco, la popolazione è preoccupata per gli eventuali effetti dannosi che queste rocce potrebbero avere sulla loro salute.

“Non sappiamo l’origine di queste pietre”, ha detto il comandante in una intervista. “Possono essere cadute da qualche camion di passaggio. Inoltre, non sappiamo se le pietre siano radioattive o se il gas che emettono sia tossico. Solo analisi accurate possono dirci se si tratta di rocce di origine terrestre, o meno”.

Altre rocce strane

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L’anno scorso, una donna di San Clemente, California, ha dovuto subire un intervento chirurgico alla gamba, in seguito alle gravi ustioni causate da una pietra raccolta sulla spiaggia e messa in tasca.

La donna 43enne, si trovava a Trestles Beach insieme con la sua famiglia. Durante la gita, i suoi figli avevano raccolto alcune pietre dall’aspetto insolito (color arancio-verde). La donna mise le pietre nella tasca destra dei sui pantaloncini.

Secondo il racconto di Marc Stone, portavoce dei Vigili del Fuoco di Orange County, la donna cominciò a sentire un intenso calore che emanava dalla tasca, mentre si trovava nella cucina della sua casa di San Clemente.

Il tessuto dei pantaloncini cominciò a bruciare, causandole ustioni di secondo grado alla gamba e alla mano destra. Secondo alcuni esperti, le rocce potevano contenere fosforite. E’ possibile che la donna abbia innescato inconsapevolmente una reazione chimica innescata dalla frizione tra il tessuto e le pietre.

Il fosforo nelle rocce, o fosforite, di solito si forma dai depositi sedimentari alimentati dal fosforo disciolto negli agenti atmosferici e che poi viene diffuso negli oceani da fiumi e torrenti.

 

Le “Rocce Viventi” della Romania

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Lo straordinario fenomeno delle “Rocce viventi” della Romania.

Nonostante l’umanità si sforzi di cercare la vita extraterrestre nello spazio, la Terra rimane il luogo più “alieno” con il quale abbiamo a che fare.

Tra i numerosi, affascinanti misteri della natura, uno tra i più incredibili è quello delle “Rocce Viventi”!

I TROVANTS.

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E’ difficile immaginare una roccia capace di crescere, soprattutto perché associamo il fenomeno della crescita agli organismi appartenenti al regno vegetale e a quello animale, non certo al regno minerale.

In Romania, a circa 35 km da Ramnicu Valcea, si trova uno dei più interessanti musei della romania, una riserva naturale trasformata in un museo a cielo aperto, il Muzeul Trovantilor.

Le esposizioni mostrano una raccolta di pietre molto strane e misteriose chiamate trovants. Queste straordinarie rocce sembrano essere state scolpite da uno scultore molto abile.

La particolarità di queste pietre è che possono essere considerate “vive“, nel senso che quando entrano in contatto con l’acqua, sono capaci di riprodursi e di crescere, proprio come un essere vivente biologico. Dopo uno pioggia molto intensa, i trovants partendo da strutture di 6-8 millimetri, possono arrivare a formare rocce fino a 6-10 metri di diametro.

Inoltre, come accade per le rocce della Death Valley in California, i trovants sono capaci di spostarsi da un luogo all’altro. Un vero rompicapo per gli scienziati! Il termine trovants, in rumeno, significa “sabbia cementata” e ben descrive la forma e la consistenza di queste rocce. I geologi pensano che queste straordinarie pietre siano comparse nell’area circa 6 milioni di anni fa, a seguito di una qualche potente attività sismica.

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I ricercatori ritengono che la causa dell’aumento delle dimensioni del volume delle pietre sia causato dall’alta concentrazione di sali minerali che si trova nell’impasto che le compone. Quando l’acqua entra a contatto con queste sostanze chimiche, si determina un aumento della pressione interna che genera la caratteristica crescita.

Tuttavia, nonostante gli sforzi degli scienziati, non si è riuscito ancora a trovare una spiegazione logica per la quale le rocce presentano delle ramificazioni che ricordano le radici dei vegetali, forse necessarie a raccogliere l’acqua che le tiene “in vita”. Se si prova a sezionare una roccia, al loro interno è possibile ammirare dei caratteristici cerchi concentrici, proprio come gli alberi.

Forse ci troviamo di fronte ad una nuova forma di vita di tipo inorganico. I residenti della zona sono a conoscenza delle trovants da sempre, ma senza avergli mai dedicato particolare attenzione. Anzi, molto spesso, queste strabilianti rocce sono state utilizzate come materiale di costruzione.

Il Muzeul Trovantilor è gestito dall’Associazione Kogayon ed è sotto il patrocinio dell’UNESCO. Ancora una volta, non possiamo non meravigliarci di fronte alla bellezza e alla fantasia dell’Universo.

Nikola Tesla

Nikola Tesla (1856-1943)

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Scienziato e inventore: Il genio che ha acceso il mondo.

 

Chi era davvero Nikola Tesla?

L’inventore serbo era solo un brillante scienziato o un autentico genio?

 

Facciamo un po’ di chiarezza.

Pochi personaggi della scienza hanno attorno a sè un’aura di leggenda come l’inventore Nikola Tesla.

Scienziato e inventore, fu il primo uomo a scoprire le onde radio dallo spazio e fu lui a formulare la teoria di base sui raggi cosmici decenni prima di Millikan.

Ma la scoperta potenzialmente più significativa di Nikola Tesla fu che l’energia elettrica può essere propagata attraverso la Terra ed anche attorno ad essa in una zona atmosferica chiamata cavità di Schumann.

Essa si estende dalla superficie del pianeta fino alla ionosfera, all’altezza di circa 80 chilometri.

Le onde elettromagnetiche di frequenza estremamente bassa, attorno agli 8 hertz (la risonanza di Schumann, ovvero la pulsazione del campo magnetico terrestre) viaggiano, praticamente senza perdite, verso ogni punto del pianeta.

Il sistema di distribuzione dell’energia di Tesla e la sua dedizione alla free energy significavano che con l’appropriato dispositivo elettrico sintonizzato correttamente sulla trasmissione dell’energia, chiunque nel mondo avrebbe potuto attingere dal suo sistema.

Le moltissime invenzioni hanno fatto di lui uno dei più prolifici e geniali inventori dell’ottocento e novecento.

Le sue capacità creative erano straordinarie come pure la competenza tecnica era notevolissima.

Tesla seguiva un metodo di lavoro diverso dagli altri Uomini di Scienza suoi contemporanei, dando prova delle sue straordinarie facoltà intellettive.

Non era necessario per lui ricorrere a progetti, modelli o a diversi esperimenti pratici per raggiungere l’ottimale funzionamento della sua invenzione.

Nella sua mente egli aveva ben chiaro il progetto e laddove era necessario apportare delle modifiche a singole parti, queste operazioni erano attuate solo nell’ambito della viva immagine che lo scienziato aveva della sua scoperta.

Solo quando egli riteneva che il suo congegno fosse a uno stato ottimale di progettazione, egli dava incarico ai suoi collaboratori di procedere alla costruzione, dando loro per filo e per segno le misure di ogni singolo pezzo che componeva il motore. E, una volta costruito, il progetto funzionava!

Al centro della rivoluzione tecnologica dell’ elettricità, Tesla era il prototipo del genio folle: casto tutta la vita, a disagio in società eppure carismatico e abile nel presentare al pubblico i suoi esperimenti, ossessionato dall’igiene ma amante dei piccioni, che accoglieva a decine nelle camere d’albergo dove viveva, col risultato di farsi cacciare via regolarmente.

Inventò la bobina di Tesla, le cui impressionanti scariche elettriche sono il simbolo del laboratorio dello scienziato pazzo.

Era allo stesso tempo dotato di capacità mentali quasi sovrumane, come quella di progettare complesse macchine elettriche solo nella sua mente, costruendole senza prendere nessun appunto.

Non stupisce quindi che ci sia una nutrita comunità di seguaci che hanno fatto del geniale serbo una specie di divinità scientifica.

Tesla sarebbe stato secondo loro il vero padre di una quantità impressionante di invenzioni fondamentali della modernità: dalla radio al transistor, dal radar ai raggi X, dall’ altoparlante all’ energia idroelettrica, dalla corrente alternata alla radioastronomia.

Non manca chi afferma che Tesla avesse addirittura inventato un visionario metodo per distribuire corrente senza fili, che comunicasse con gli alieni o addirittura che avesse costruito una macchina del tempo.

Purtroppo però la eccentrica personalità di Tesla gli fu da ostacolo alla genialità delle sue invenzioni e infine ingiustamente dimenticato, questo lo avrebbe portato a essere regolarmente bistrattato anche dal ben più pragmatico Thomas Edison, (con cui ebbe un rapporto tormentato),

Forse è bene capire oggettivamente il suo ruolo nelle principali tecnologie a lui attribuite.

Nikola Tesla è stato definito ”l’uomo che inventò il Ventesimo secolo“, il padre dell’Ingegneria elettrica, colui che ha contribuito alla nascita della seconda rivoluzione industriale.

Senza saperlo siamo circondati da sue invenzioni.

 

Nikola Tesla: Scienziato e inventore.

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Corrente Alternata

Inventò il primo motore a induzione di corrente alternata: I suoi brevetti e il suo lavoro teorico formano la base del moderno sistema elettrico a corrente alternata (AC), compresa la distribuzione elettrica polifase e i motori a corrente alternata.

E’ grazie a lui se nelle prese elettrice di casa c’è la 220V a corrente alternata alla frequenza di 50 Hz.

Prima di lui si usava la corrente continua il cui principale sostenitore era Edison.

L’utilizzo della corrente alternata deriva dal fatto che:

– gli alternatori sono costruttivamente più semplici e hanno rendimento più elevato rispetto alle dinamo

– il trasporto su lunghe distanze di elevate potenze elettriche è enormemente più economico, grazie al trasformatore

– in corrente continua non è possibile sfruttare i vantaggi di un sistema trifase (minore perdite di trasporto e ottimizzazione dei conduttori)

Se Tesla fu un personaggio chiave nella cosiddetta “guerra della corrente” di fine Ottocento, il vero protagonista fu l’americano George Westinghouse, che acquistò numerosi brevetti sulla corrente alternata (alcuni dei quali, ma non tutti, erano di Tesla) e iniziò a finanziare e costruire sistemi a corrente alternata dal 1886.

Tesla si sarebbe unito al team di Westinghouse solo due anni dopo, nel 1888.

La famigerata guerra tra Tesla ed Edison nacque proprio sul terreno della corrente.

Edison promise a Tesla la faraonica cifra di 50 mila dollari dell’epoca se avesse migliorato il sistema di Thomas Edison di dinamo a corrente continua.

Tesla ci riuscì dopo un anno di sudatissimo lavoro, in cui peraltro cercò inutilmente di convincere Edison a usare la ben più pratica corrente alternata.

Ma Edison si rifiutò di pagare, con la puerile scusa che la promessa ricompensa era solo una battuta (a onor del vero, però, gli offrì un sostanziale aumento di stipendio).

A quel punto, Tesla mollò Edison e iniziò a progettare modelli di sistema a corrente alternata.

In seguito Edison difese a tutti i costi il più inefficiente (ma da lui brevettato) sistema a corrente continua.

Edison arrivò al punto di fare una serrata campagna mediatica (del tipo che oggi chiameremmo Fud: fear, uncertainity and doubt) per screditare la corrente alternata – al punto da inventare la sedia elettrica al solo scopo di dimostrare che la corrente alternata era mortale! Solo alla fine della sua vita Edison ammise che rifiutare i consigli di Tesla e lasciarsi scappare la sua collaborazione fu il suo errore più grave.

 

Radar

È vero che Tesla propose, nel 1917, un concetto simile al moderno radar – ben in anticipo sull’effettiva introduzione negli anni ’30-’40.

È anche vero che Edison faceva parte, guarda caso, del comitato che bocciò l’idea del radar di Tesla.

Ma Tesla non fu affatto il primo a inventare il radar.

Il merito va al ben più dimenticato Christian Hülsmeyer, che costruì un apparecchio radar funzionante (sebbene rudimentale) già nel 1904.

Tesla inoltre (a differenza di Hülsmeyer) non costruì nessun prototipo del suo radar.

Che comunque sarebbe stato bocciato perchè non avrebbe mai funzionato: Tesla avrebbe voluto usarlo per individuare i sottomarini nemici, ma il radar così progettato, non funziona sott’acqua.

La tecnologia che venne correttamente sviluppata allo scopo (e tuttora usata) è infatti il sonar.

Raggi X

-Inventò la bobina di Tesla: è un tipo di trasformatore risonante che consiste in due o anche tre circuiti elettrici accoppiati risonanti.

Tesla sperimentò una grande varietà di bobine e configurazioni.

Le usò per condurre innovativi esperimenti sulla luce elettrica, fluorescenza, raggi X, fenomeni di corrente alternata ad alta frequenza, elettroterapia, trasmissione di segnali elettrici e di energia elettrica senza fili.

Circuiti contenenti bobine di Tesla furono usati commercialmente nei trasmettitori radio a spinterometro per la telegrafia senza fili fino al 1920.

Bobine di Tesla modificate sono ancora oggi usate come spinterometro per lampade a scarica usate per l’illuminazione.

– Costruì anche la prima stazione al mondo di energia idroelettrica (alle Cascate del Niagara)

– Inventò il tachimetro, l’iniettore, gli altoparlanti, il tubo catodico ma è stato pure lo scopritore dell’illuminazione a fluorescenza, della sismologia e fu il primo ad immaginare una rete di comunicazione di dati su scala mondiale.

Qui il contributo di Tesla è più chiaro.

Se è vero che fu Röntgen il primo a studiare sistematicamente i raggi X e a renderli universalmente noti alla comunità scientifica nel 1895, è altrettanto vero che Tesla iniziò a lavorarci a partire dal 1887, e nel 1892 aveva già condotto numerosi esperimenti in merito.

Fu inoltre uno dei primi, se non il primo, a rendersi conto della loro pericolosità (mentre Edison la ignorò, col risultato che uno dei suoi assistenti, Clarence Dally, morì atrocemente di tumore).

Un altro fisico, Fernando Sanford, condivide con Tesla il fatto di essere arrivato prima di Röntgen, pubblicando i suoi risultati poco dopo, nel 1893.

 

Radio

Fu nel 1893 (ben due anni prima di Marconi) che diede una dimostrazione della comunicazione radio – può Tesla scippare il merito della radio a uno dei nostri monumenti nazionali, Guglielmo Marconi? I seguaci di Tesla ne sono convintissimi, ma la verità è un’altra.

Il primo a trasmettere segnali radio per comunicare non furono né Tesla né Marconi, ma l’inglese David Edward Hughes, che comunicò via radio in codice Morse sulla distanza di 500 metri, nel 1879, e ne diede pubblica (e acclamatissima) dimostrazione.

Tesla indubbiamente diede un enorme contributo allo sviluppo tecnologico di quella che sarebbe diventata la radio: migliorò molto gli apparati sperimentali, si garantì dei brevetti essenziali (che avrebbe usato per contestare quelli di Marconi), e dimostrò perfino una forma primitiva di telecomando radio.

Vero è anche che Marconi probabilmente conosceva il lavoro di Tesla (anche se lui tendeva a negarlo), e i suoi primi apparati secondo alcuni assomigliano in modo sospetto a quelli dell’inventore serbo.

Ma Tesla non fu il solo precursore di Marconi: nello stesso periodo ci sono i nomi di Hertz, Branly, De Moura, Lodge, Bose, Braun, e altri.

La radio fu un classico esempio di invenzione che non nacque in un colpo solo, ma dal contributo di molti, che più o meno nello stesso periodo capirono che era possibile comunicare tramite onde elettromagnetiche.

Il merito cruciale di Marconi fu quello di rendere la radio, da interessante apparato sperimentale, un sistema pratico e funzionante di comunicazione mondiale.

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Gli errori di Tesla

Assieme alle sue intuizioni geniali, Tesla non mancò di seguire idee più o meno sballate.

Abbiamo già parlato del fallimento del radar sottomarino.

Ma Tesla rifiutò anche la teoria della relatività di Albert Einstein, che riteneva priva di senso, e cercò di inventare una teoria “gravitoelettrica” delle forze fondamentali che però non arrivò da nessuna parte.

Tesla pensava erroneamente di aver osservato raggi cosmici più veloci della luce.

Tesla si convinse di aver ricevuto dei segnali da extraterrestri su Marte e Venere, ma si trattava solo di artefatti sperimentali.

Tesla, inoltre, era abilissimo a propagandare le proprie invenzioni, e spesso si attribuì scoperte che non aveva mai dimostrato (cosa che contribuisce ad ampliarne la leggenda).

A livello più personale Tesla aveva tratti imbarazzanti: per esempio era letteralmente disgustato dalle persone sovrappeso, e arrivò a licenziare la sua segretaria perchè a suo giudizio troppo grassa.

 

Conclusione

Nikola Tesla non era un marziano che inventò dal nulla il ventesimo secolo.

Tesla era un brillantissimo scienziato del suo tempo, che lavorava, al pari di altri, ai problemi tecnologici d’avanguardia della sua epoca e i suoi contributi infatti. sono tutti ben inseriti all’interno delle ricerche dei suoi contemporanei (spesso ben più dimenticati di lui).

 

Tutto questo non significa sminuire il genio di Tesla.

Sebbene egli di per sè non abbia inventato dal nulla tutto quanto gli viene attribuito dai suoi fanatici sostenitori, la quantità di tecnologie a cui diede un contributo essenziale è assolutamente unica e impressionante.

La visione di Tesla era effettivamente assai avanti: egli immaginava già alla fine dell’800 un mondo in cui si poteva comunicare attraverso lo Spazio con le onde radio, in cui si potevano illuminare città senza usare fili, immaginare mondi nuovi da raggiungere attraverso la tecnologia, saper osare al di là del presente, non aver paura di innovare: in questo la figura di Tesla resta un esempio indiscutibile e senza bisogno di attribuirgli nulla più del moltissimo che ha davvero fatto.

Tesla lasciò scritto: “Provo continuamente un senso di profonda e inesplicabile soddisfazione nell’apprendere che il mio sistema polifase viene usato in tutto il mondo per illuminare i momenti oscuri dell’esistenza, per migliorare la qualità della vita; e che il mio sistema senza fili, in tutte le sue essenziali caratteristiche, viene utilizzato per rendere un servizio e per dare felicità alla gente in ogni angolo del mondo“.

È stato uno scienziato brillante, un profeta che leggeva realmente nel futuro, ma che il suo tempo non fu in grado di comprendere.

Il risultato finale è stato che uno dei maggiori benefattori dell’umanità è stato dimenticato.

Alla sua morte tutto il suo lavoro fu dichiarato “top secret” dalla FBI, dalla Marina Militare americana e dal Vicepresidente Wallace.

 

Breve Biografia

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Nikola Tesla nacque nella notte fra il 9 e il 10 Luglio 1856 a Smilijan.

Il padre, Milutin Tesla di origine serba, era un ministro del culto ortodosso.

Sua madre, Duka Mandic, abile ricamatrice, era una donna non istruita (non era andata a scuola per accudire i propri fratelli e le proprie sorelle dopo la malattia che aveva reso cieca la madre), ma era dotata di memoria prodigiosa.

Tesla ha sempre ricordato che la propria madre citava interi testi della Bibbia e di poesia e affermava di avere ereditato da lei molte delle proprie abilità, non solo una memoria fotografica ma anche altre facoltà intellettive come una notevole inventiva e industriosità.

Ella infatti ricavava dalle fibre vegetali delle piante da lei coltivate il filo utilizzato nei lavori di ricamo e di cucito.

Dopo aver terminato gli studi di fisica e matematica al Politecnico di Graz, Austria (contemporaneamente aveva iniziato a studiare filosofia all’Università di Praga), studiando 19 ore al giorno e dormendo solo due, il nostro dimenticato scienziato provò sempre di più strani fenomeni, risalenti all’infanzia.

Nel buio poteva sentire l’esistenza di oggetti “come un pipistrello”.

Non solo; egli affermava anche che fin dall’infanzia “vedeva lampi di luce che interferivano la sua visione degli oggetti reali”, e che in quel momento, all’età di venticinque anni, l’intensità di tali lampi di luce non solo era aumentata, ma addirittura riteneva che questi lampi lo circondassero costantemente.

La sua reazione a tali fenomeni si riassumeva in un semplice concetto, esso si delineava nella sua mente come un’immagine che egli vedeva e sentiva come se fosse reale.

Ma Tesla non era nuovo a queste esperienze.

Tesla stesso, nella sua autobiografia, dichiara che nell’età adolescenziale, quando era solo di notte, viaggiava in mondi sconosciuti e lontani, dove intraprendeva nuovi studi e intraprendeva delle conversazioni con individui che gli parevano reali come il mondo esterno.

Egli stesso esclude che tali fenomeni siano state delle semplici allucinazioni.

Già all’età di diciassette anni, in seguito a questi fenomeni, eglì scoprì di poter creare delle invenzioni nell’intimo della propria sfera psicologica, della propria mente, avendo l’immagine davanti a sé dell’invenzione compiuta, riuscendo a definire le eventuali modifiche che era necessario apportare senza ricorrere a disegni, progetti, modelli o esperimenti compiuti nel mondo esterno.

Ed effettivamente questo è sempre stato il metodo di lavoro di Tesla.

Molti anni dopo, nel 1899, nel suo laboratorio a Colorado Springs, il suo trasmettitore ricevette un segnale che si ripeteva continuamente; egli riteneva di aver ricevuto un messaggio dallo spazio e, come conseguenza, fu ridicolizzato per questa sua scoperta.

Egli comunque, fu il primo uomo a scoprire le onde radio dallo spazio.

Nikola Tesla lavorò a progetti che gli relativi alla tecnologia del “viaggio nel tempo”.

Si credeva che le sue conoscenze provenissero da entità di altri mondi.

Ovviamente non era cosi, ciò non toglie che, in ogni caso, è proprio in questo periodo che Nikola Tesla affronta queste singolari esperienze e che egli inizia ad avere brillanti idee nel campo della fisica ed inizia a dedicarsi anima e corpo al principio della corrente alternata.

Nel 1881, mentre lavora come disegnatore e progettista all’Engineering Department del Central Telegraph Office, inizia ad elaborare il concetto della rotazione del campo magnetico che rese la corrente alternata, quale è tutt’oggi, uno strumento indispensabile per la fornitura di corrente elettrica.

L’anno successivo, il nostro scienziato, sempre più interessato al principio della corrente alternata, si trasferisce a Parigi, essendo stato assunto dalla Continental Edison Company.

Nel 1883 egli dà vita al primo motore a induzione di corrente alternata, in pratica, un generatore di corrente alternata.

Nel 1884, il giovane Tesla, desideroso di far conoscere le proprie scoperte, si reca negli Stati Uniti, sempre per lavorare alla corte di Edison.

Tesla espose i concetti della sua scoperta relativa alla corrente alternata al grande Edison.

Tuttavia, quest’ultimo era un fiero sostenitore della tecnologia relativa alla corrente diretta, e le idee espresse suscitate dal giovane scienziato croato non suscitarono alcun interesse.

Tesla non si perse d’animo e continuò a lavorare duramente per Edison.

Anche se non troppo volentieri, accettò l’incarico datogli da Edison di provvedere alla modifica della progettazione della dinamo, cioè generatori, di corrente diretta.

E vogliamo sottolineare che il suo appoggio alla produzione e distribuzione di corrente alternata non era motivato da fini egoistici di successo personale.

La produzione e distribuzione di corrente alternata implicano costi minori (in particolare la distribuzione copre spazi più ampi) rispetto alla produzione e distribuzione di corrente diretta.

Tesla era sì teso al vedere affermate le proprie scoperte e invenzioni, ma perché queste erano destinate a “far vivere meglio,” a contribuire al miglioramento delle condizioni dell’uomo.

Purtroppo, in questo primo tempo, prevalsero l’uso e l’interesse relativo alla corrente diretta, non solo perché Edison aveva un forte sèguito nel mondo scientifico, ma anche perché i grandi magnati dell’epoca avevano fino a quel momento investito e finanziato nella tecnologia relativa alla corrente diretta.

Non solo: a questo stadio, Tesla non solo vide respinte le proprie idee e innovazioni, ma dovette subire una beffa dallo stesso Edison: per l’opera di modifica dei generatori di corrente diretta, a Tesla era stato promesso un compenso di 50,000 $ ma una volta terminato il proprio compito, egli si vide rifiutato il proprio credito dallo stesso Edison con una battuta ironica di dubbio gusto.

Si sostiene infatti che Edison liquidò Tesla con la frase ” Tesla, voi non capite il nostro humour americano”, sostenendo in pratica che la ricompensa promessa fosse solo un modo di dire.

Non sembra troppo difficile comprendere il motivo per cui il nostro Uomo di Scienza abbandonò la Edison Company.

Nel frattempo, seguendo sempre il suo metodo, Tesla giunse ad un’altra delle sue brillanti scoperte, “la bobina di Tesla”, praticamente un trasformatore ad alta frequenza, ed era uno strumento indispensabile per la distribuzione, e quindi la fornitura a case ed industrie, della corrente alternata.

Nel maggio del 1885, il magnate Westinghouse acquistò i brevetti di Tesla relativi soprattutto, al motore a corrente alternata e alla bobina.

Così da creare la Westinghouse Electric Company.

In base ad un contratto stipulato con Westinghouse, Tesla avrebbe dovuto ricevere dei compensi altissimi, in particolare un milione di dollari per i brevetti e le royalties.

Tuttavia se Westinghouse avesse poi pagato tali somme, la Westinghouse Electric Company avrebbe dovuto sopportare dei costi troppo alti e si sarebbe trovata in difficoltà sul mercato rispetto alle concorrenti aziende.

Tesla si recò da Westingouse affermando: “I benefici che deriveranno alla società dal mio sistema di corrente alternata polifase è per me più importante dei soldi che entreranno nelle mie tasche.

Mr. Westinghouse, voi salverete la vostra azienda così potrete sviluppare le mie invenzioni.

Qui c’è il vostro contratto e qui c’è il mio, li strappo a pezzetti e non avrete più problemi con le mie royalties”.

Non c’è dubbio che Tesla sia stato un uomo coerente con sé stesso: egli ha sempre affermato che lo scopo della scienza era il miglioramento delle condizioni dell’umanità.

E questo episodio mostra quanto egli ritenesse che lo sviluppo, delle condizioni materiali (e psicologiche) dell’Uomo fosse l’obiettivo che l’Uomo di Scienza doveva a tutti i costi raggiungere, anche a costo di sacrificare il proprio vantaggio personale.

Grazie al suo gesto Westinghouse potè rimanere nel business e diventare ricco; Tesla al contrario, no.

Egli ha preferito che altri diventassero ricchi, raggiungessero quindi il successo economico e che tutta l’umanità, quindi godesse dei vantaggi delle sue invenzioni.

Schivo dal successo personale ed egoistico, egli era felice di trasmettere il proprio successo agli altri.

E forse fu per questo che Tesla, con tutta probabilità, fu uno dei primi a capire cosa significasse la parola “Successo”.

Ognuno di noi è teso verso il futuro, al successo personale, limitato e chiuso. Tesla al contrario, comprese che il successo non era solo questo ma era di più: la condivisione e il trasferimento dei propri risultati e conquiste agli altri, al mondo esterno.

E questo è accaduto spesso nella vita di Tesla, perché egli ha aperto la strada, nella creazione di importanti innovazioni, a Uomini di Scienza divenuti più rinomati di lui.

 

Energia gratuita ed inesauribile a disposizione di tutti

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Tesla sosteneva l’esistenza in natura, di campi energetici, di “energia gratuita” cui diede il nome di etere.

E attraverso l’etere, si potevano trasmettere, ad esempio, altre forme di energia.

La convinzione dell’esistenza nell’Universo di un’energia inesauribile e potentissima sorse in lui nell’età infantile, quando giocando a palle di neve con gli altri ragazzini, aveva assistito ad una slavina.

Egli era convinto che quella frana sia stata provocata da una semplice palla di neve e che era bastato un piccolo urto per avere il fenomeno della slavina, con le sue conseguenze. Egli dedusse quindi che esisteva un’energia immagazzinata nel cosmo che, se opportunatamente sfruttata, poteva rendere possibile l’utilizzo della tecnologia umana.

Nel maggio del 1899, si recò a Colorado Springs dove istallò un laboratorio.

Egli riteneva possibile, infatti grazie a questo “pozzo di energia inesauribile” quale era l’etere, idoneo a trasmettere energia elettrica a località lontane senza la necessità di ricorrere ai fili di conduzione elettrica, e quindi agli elettrodotti.

In particolare, scoprì che la Terra, o meglio la crosta terrestre, era un ottimo conduttore di energia elettrica, dal momento che un fulmine che colpisce il suolo, crea delle onde di energia che si muovono da un lato della terra all’altro.

Egli istallò nel proprio laboratorio un’enorme bobina che aveva lo scopo di mandare impulsi elettrici nel sottosuolo, così da permettere il trasferimento di energia elettrica a lampadine poste a una notevole distanza.

A Colorado Springs tutti gli abitanti potevano osservare l’enorme e strana antenna, alta 60 metri che terminava con un globo di ferro. 

Molti sono stati i testimoni che videro accendersi 200 lampadine senza collegamento di fili elettrici a 40 Km di distanza.

Egli sosteneva che la zona dell’atmosfera terrestre posta a 80 Km dal suolo, detta ionosfera, era fortemente conduttrice, e quindi poteva essere sfruttata per trasportare energia elettrica verso lunghe distanze.

Ma era necessario risolvere il problema di come inviare segnali elettrici ad una tale altitudine.

Un esperimento particolare con quell’antenna resterà nella storia di questa civiltà: un fulmine uscì dal globo di ferro in cima all’antenna, crebbe di dimensioni fino a diventare un globo elettrico che mandava verso il cielo lampi scoppiettanti di lunghezza almeno di 50 metri.

La zona fu pervasa da rombi di tuono e l’erba assunse il colore di un verde brillante come se ci fosse fosforescenza.

Il fatto più traumatico sicuramente fu quello sopportato dagli abitanti, i quali, camminando nelle strade, vedevano sprizzare scintille elettriche che dai loro piedi finivano sul selciato. 

Dopo tanto spettacolo anche il finanziere J.P. Morgan, convinto del genio inventivo di Tesla, investì ben 150.000 dollari nel progetto della trasmissione d’energia.

Perciò Nikola Tesla si trasferì a New York e cominciò la costruzione della prima torre per le comunicazioni a Long Island: la Wardenclyffe. Questo avveniva nel 1900.

Tesla si mise subito al lavoro, procedendo alla costruzione di una torre altissima nelle scogliere di Wanderclyffe, Long Island, New York.

La Wanderclyffe Tower non era altro che uno sviluppo delle idee maturate da Tesla a Colorado Springs.

La torre consisteva in una struttura in legno ed era impiantata nel terreno grazie a dei “tubi” di ferro, conduttori di energia elettrica.

Alla sua sommità si trovava una sfera di acciaio. 

Tre anni dopo, quando la Wardenclyffe fu completata, Tesla annunciò un’altra delle sue scoperte:sarebbe bastato dare una potente energia ai suoi trasmettitori per trasformare la litosfera terrestre in un gigantesco portalampade.

Bastava in pratica infilare un bastone metallico nel terreno, collegarlo ad un trasformatore, per avere elettricità a volontà. 

Tesla era dell’opinione che per generare l’energia iniziale fosse sufficiente usare impianti idroelettrici.

Il punto debole di tanta invenzione stava nel fatto che se il trasmettitore avesse inviato, anziché su tutto il globo in maniera uniforme, una forte quantità d’energia in un solo punto, allora si sarebbe verificata una distruzione totale.

Secondo i calcoli, con questo sistema si poteva inviare tranquillamente un’energia pari ad una bomba nucleare da 10 megatoni. 

La storia ci ricorda che Tesla non ebbe mai la possibilità di sperimentare la sua rivoluzionaria invenzione.

Nel 1903 il magnate contrariato dall’idea di “energia gratuita”, quindi non possibile oggetto di transazioni commerciali ritirò il finanziamento.  

A quel punto Tesla fu abbandonato da tutti. Sommerso dai debiti, dovette svendere il laboratorio di Colorado Springs per pochi dollari, tanto che nel 1906 non ebbe più soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti della Wardenclyffe, che rimase vuota.

Fu proprio in quel periodo che la vita di Tesla iniziò a rivestirsi di mistero.

Intanto il 12 Dicembre 1901 il mondo fu sconvolto da una notizia sensazionale: Guglielmo Marconi aveva trasmesso la lettera “S” oltreoceano, da una località in Cornovaglia tale informazione era stata trasmessa a Newfoundland, in America.

Alla notizia della trasmissione del segnale da parte di Marconi, Tesla affermò che lo scienziato italiano aveva utilizzato 17 dei suoi brevetti. 

Non sembra azzardato affermare che fu Tesla comunque, che per primo lavorò con le onde elettromagnetiche radio.

Del resto esistono dei brevetti, patents, che provano ciò. (U.S. patents #645,76 e #649,621).

Tuttavia nel 1904, poi, l’ufficio brevetti americano cambiò la sua decisione, assegnando a Guglielmo Marconi il brevetto per la radio.

Solo nel giugno del 1943, cinque mesi dopo la sua morte, la Corte Suprema degli Stati Uniti in una sua decisione, (caso 369, 21 Giugno 1943) riconobbe che Tesla aveva per primo inventato la radio.

Tutt’oggi, si riconosce ancora a Marconi questa invenzione, perché questi per primo inviò un segnale oltreoceano.

 teslafuneral

Wardenclyffe Tower e HAARP

Una cosa è certa però: l’invenzione di Nikola Tesla, conosciuta come la trasmissione d’energia elettrica senza fili, verrà in seguito applicata ma non per scopi benefici.

Tesla in proposito lasciò scritto: “Il successo pratico di un’idea, indipendentemente dalle sue qualità inerenti, dipende dalla scelta dei contemporanei.

Se è al passo coi tempi, essa viene rapidamente adottata; in caso contrario, è destinata a vivere come un germoglio che sboccia, attirato dalle lusinghe e dal calore del primo sole, per essere poi danneggiato e crescere con difficoltà a causa del gelo che s’impone.”

Questo gelo è stato recentemente sciolto, purtroppo. 

Nell’evoluzione tecnologica militare degli Stati Uniti da qualche anno è comparso il progetto HAARP (High Frequency Active Auroral Research Project).

Il Pentagono ci sta facendo credere che si tratti di un innocuo esperimento, mentre ci troviamo di fronte ad un’arma che agisce sulla ionosfera con probabili sviluppi indescrivibili per gli esseri viventi. 

NIKOLA TESLA control

Nel 1987 il consulente dell’Atlantic Richfield Corporation (ARCO), il fisico Bernard J. Eastlund, applicò tutte le sue risorse intellettive per riprendere il brevetto di Nikola Tesla della Wardenclyffe.

Il nuovo sistema è stato denominato: “Metodo ed apparecchiatura per l’alterazione di una regione dell’atmosfera, ionosfera e/o magnetosfera terrestre“. 

Che è la stessa zona dell’atmosfera studiata da Tesla per realizzare la trasmissione di energia senza perdite da una capo all’altro della Terra. 

In verità il metodo doveva servire ad Eastlund per scoprire vasti giacimenti di gas naturali che la compagnia petrolifera ARCO stava cercando in Alaska.

Quando gli studi avevano raggiunto un certo successo, intervenne il fisico nucleare Edward Teller (uno dei più accaniti scienziati USA, che si è dedicato alla costruzione della bomba atomica e soprattutto di quella all’idrogeno), che fece nascere nuove iniziative segrete, atte a portare avanti il sistema militare di “Guerra Stellare”.

In breve tempo l’Alaska si è trasformata nell’ultima frontiera di ricerca militare.

L’installazione principale del Progetto HAARP si trova in Alaska, a Gakona, 150 miglia circa a nord-est di Anchorage. La scelta di questo sito è stata fatta per tre motivi fondamentali:

– La sua vicinanza al Polo e quindi alla zona di concentrazione delle linee magnetiche del nostro pianeta.

– La presenza di notevolissime fonti energetiche naturali nel sottosuolo.

– La sua distanza dai centri urbani.

Il programma HAARP ha portato alla costruzione di un sistema di 360 antenne, alte 23 metri, capaci di trasmettere, con l’obiettivo di migliorare le comunicazioni militari, un “raggio” d’energia ad alta frequenza nella ionosfera. 

La ionosfera è quella parte di regione atmosferica che inizia sui 50 Km d’altitudine e termina intorno agli 800 Km.

Secondo le indiscrezioni più recenti, quest’arma sarebbe capace di interferire con estese zone dell’atmosfera e quindi, secondo la logica militare, abbattere missili ed aerei e qualche cosa d’altro.

Esistono oltre 400 brevetti collegati al progetto HAARP e la maggioranza di questi sono progetti offensivi o per meglio dire sono armi offensive.

Rimane sempre la logica che sfrutta il sistema d’irraggiamento a fascio d’energia, diretto dalla terra verso lo spazio.

Si può veicolare l’alta frequenza energetica in una zona dove è stata istallata un’antenna ricevente, ma si può irradiare, oltre che nelle zone militari, anche in centri urbani.

Naturalmente non è sfuggito agli alti comandi militari l’utilizzo di una simile tecnologia per abbattere oggetti volanti d’origine extraterrestre, se ciò fosse naturalmente possibile. 

Pure gli scienziati sovietici si sono dedicati ad una simile ricerca per oltre 25 anni, sino a quando il cambio politico e lo smembramento dell’URSS hanno determinato un fortissimo indebolimento economico, con conseguente privazione dei necessari sostegni finanziari agli istituti d’investigazione.

Oltre alla sede di Gakona, ci sono altre installazioni simili, dislocate in varie parti del pianeta. La prima si può localizzare in Arecibo (Porto Rico), la seconda a Fairbanks in Alaska, la terza a Tromso (Norvegia), poi a Pine Bush in Australia, a Steeplebush in Inghilterra e Niscime in Italia.

Sicuramente si stanno costruendo altre installazioni del genere nell’emisfero meridionale del pianeta.

Si è saputo che nell’impianto pilota di Gakona si è in grado di irradiare 1.700.000.000 di Watt in atmosfera.

Questo è effettivamente lo sviluppo negativo dell’invenzione di Tesla. Egli odiava la guerra e, a tal proposito, dichiarò: “Non si può abolire la guerra mettendola fuori legge.

Non vi si può porre fine disarmando i forti. Ma si può fermarla rendendo tutti i paesi in grado di difendersi.

Ho appena scoperto una nuova arma di difesa che, se verrà adottata, trasformerà completamente i rapporti tra le nazioni.

Le renderà tutte, grandi e piccole che siano, invulnerabili a qualsiasi attacco proveniente dalla terra, dal mare o dall’aria.

Bisognerà, in primo luogo, costruire una grande officina per fabbricare quest’arma, ma quando sarà completata, sarà possibile distruggere uomini e macchine in un raggio di 320 Km.”

Nel 1934 Tesla descrisse in un articolo un’apparecchiatura simile al laser, affermando: “Questo strumento proietta particelle che possono essere relativamente grandi o microscopiche, che permettono di trasmettere a gran distanza un’energia milioni di volte più forte di quella ottenibile con qualsiasi altro raggio.

Così una corrente più sottile di un filo può trasmettere migliaia di cavalli vapore.

E nulla le può resistere.”

A causa delle sue dichiarazioni, corse voce che Tesla avesse inventato un “raggio della morte”. Egli immediatamente replicò: “L’invenzione di cui ho parlato, a diverse riprese, non ha niente a che vedere con ciò che comunemente viene definito ‘raggio della morte’.”

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Teschio Starchild

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Ritrovato nel 1930 a Chihuahua in messico, lo “Starchild” il

“Teschio del Bambino delle Stelle”.

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Nel 1930, una messicana trova degli scheletri in una miniera abbandonata. Non chiedetemi come.

Anzi chiedetemelo. Pare che gli scheletri fossero sotto un cumulo di terra, fuori dal cumulo usciva solo un braccio; un secondo scheletro teneva la mano a quello sottoterra.

Uno dei due scheletri era normale l’altro (quello sotterrato) no… Era deforme.

La messicana si porta a casa i teschi dei due scheletri ma non tutte le ossa.

A quanto ho capito la miniera e’ stata poi sommersa da un’inondazione e non fù più possibile rinvenire altre parti.

Qua sotto le foto di quello deforme… gli manca la mandibola perché andata persa, assieme ad altre parti durante l’innondazione della miniera.

“The starchild skull”.

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GLI ESSERI DI CHIHUAHUA

starchildScoperti in una grotta in Messico due scheletri interi appartenuti ad una donna amerinda e a un bambino non umano.

Lo studioso Lloyd Pye afferma: “Le anomalie fisiche non possono derivare da nessuna patologia nota”…

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Si ha notizia dell’esistenza di due diversi scheletri, dei quali si discute la possibile origine “aliena”.

Entrambi i reperti vennero rinvenuti in Texas, in circostanze molto diverse e non collegate tra loro.

Nel primo caso, una coppia (che desidera mantenere l’anonimato) entrò in possesso di un paio di teschi: uno chiaramente umano, l’altro “considerevolmente diverso dallo standard umano”.

Recentemente la coppia ha consegnato i teschi ai ricercatori Lloyd Pye e Mark Bean per alcune analisi.

Il teschio “anomalo” è stato sottoposto ad analisi preliminari da parte di diversi specialisti in anatomia e fisiologia umana e, secondo Pye, le indagini più specifiche sono attualmente in corso.

Secondo caso: l’ultima edizione (Marzo 1999) del “MUFON Journal” rendeva noto il ritrovamento di uno scheletro quasi intatto, simile a quello di “un piccolo essere”, con alcune caratteristiche anatomiche fuori dal comune.

Walter H. Andrus, direttore del “MUFON International”, nel suo articolo affermava che lo scheletro era stato dissotterrato dieci anni fa da un cacciatore di fossili, Richard Wallace, che lo consegnò a Robert Slaughter, professore di paleontologia nonché direttore del Museo Shuler, dell’Università Southern Methodist di Dallas, Texas.

Nonostante il reperto si trovasse nelle mani del professore Slaughter da tutto questo tempo, gli investigatori del MUFON ne sono venuti a conoscenza solo di recente.

Attorno ai due casi si è esteso un alone di leggenda ed un background culturale fortemente indicativi di una possibile origine aliena. Ma, altresì, in nessuno dei due casi è stata stabilita una connessione diretta con eventi UFO, né i ricercatori hanno finora riscontrato prove in senso non terrestre.

La descrizione del primo caso si basa su alcune informazioni e foto attualmente rintracciabili sul sito http://www.starchildproject.com. Dietro esplicita autorizzazione, presentiamo alcuni estratti del testo.

GLI STUDI DI LLOYD PYE

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Secondo una ricostruzione difficilmente accertabile, i crani rappresenterebbero tutto ciò che resta di due scheletri interi, dissotterrati circa 60-70 anni fa in una grotta sita a sud di Chihuahua, Messico, nello Stato di Chihauhau (appena a sud di El Paso in Texas).

Gli scheletri vennero sparpagliati da una tempesta che allagò il luogo dove erano stati nascosti originalmente.

Si salvarono solo i crani, ritrovati da una ragazza del luogo che li tenne con sé fino alla morte.

In seguito passarono nelle mani di una coppia americana che, dopo qualche anno, li diede ad un’altra coppia di americani, gli attuali proprietari. Questi ultimi contattarono il ricercatore Lloyd Pye durante un seminario da lui tenuto in Texas.

Pye, autore del libro “Everything You Know is Wrong (Vol. 1): Human Origins” (Tutto ciò che sai è sbagliato: le origini umane) ha condotto uno studio approfondito sull’evoluzione dell’umanoide e sulla sua possibile relazione con creature insolite denominate Bigfoot, Yeti, ecc. Pye sospettò immediatamente di trovarsi di fronte a un tipo di “essere umano” sconosciuto.

Pye sottolineò peraltro che il secondo cranio era quello di un adulto normale, probabilmente una femmina amerinda morta approssimativamente all’età di 20-30 anni.

Si spera che il test del DNA stabilisca se esistono o meno connessioni genetiche tra i due reperti.

Il cranio anomalo sembra essere quello di un individuo giovanissimo, forse sui cinque anni, date le suture delle ossa e la presenza di denti di un individuo in età infantile.

Sono assenti la mascella inferiore e parte di quella superiore; il resto è intatto. Le sue caratteristiche, straordinarie, si presentano come segue:

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Nessun seno paranasale. Pye fa notare che tutti i mammiferi possiedono seni paranasali; tuttavia gli è stato riferito da uno specialista che in rarissimi casi di patologia umana, i seni paranasali possono mancare.

 

Cavità orbitali molto insolite. Secondo Pye esse sono “veramente sconcertanti, anche per gli esperti”. Le cavità orbitali risultano estremamente piatte rispetto ai normali standard, e “i canali del nervo ottico sono deviati in basso ed in dentro in modo da rendere molto inverosimile la mobilità del normale bulbo oculare. Con questa conformazione il rilevamento visuale si baserebbe più sul movimento della testa che su quello dell’occhio”.

 

Forma del cranio fortemente anomala. L’area parietale sporge da entrambi i lati delle orbite senza alcuna traccia di tempie normali, ma il retro del cranio è davvero strano, essendo sia ingrandito che drasticamente appiattito. Un esperto attribuì questa deformità ad una possibile combinazione di una patologia e/o la fasciatura della testa in età infantile, praticata in molte culture primitive. Il cranio mostra una forte simmetria bilaterale, mentre la maggior parte dei crani deformati da patologie sono caratterizzate da asimmetrie distinte. Nessuno degli esperti che sinora se ne è occupato ha postulato una patologia nota capace di generare fattezze così insolite e, ancora a detta di Pye, non esistono fasciature capaci di provocare artificialmente una forma cranica di quel tipo.

 

Base cranica. Il gran forame occipitale (il buco alla base del cranio dove confluisce il midollo spinale) è spostato chiaramente in avanti, approssimativamente al centro inferiore, in modo che la testa, fortemente distorta, possa trovare il suo centro di equilibrio sul collo. Questo non sarebbe stato possibile se il forame occipitale fosse stato disposto al centro posteriore come negli esseri umani normali.

Il Leggendario Starchildren

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Su questo reperto debbono essere condotti ancora molti esami.

Tuttavia, Pye ed il suo socio Mark Bean si stanno chiedendo se il cranio possa rappresentare una creatura umanoide di origine “non terrestre”, o eventualmente un “ibrido” di origine solo in parte umana.

A parte i lineamenti anatomici molto particolari, il cranio è accompagnato dalle leggende locali dello “Starchild”.

La leggenda dello “Starchild (Ragazzo Stella)” risale a più di 200 anni fa, ed è narrata dai nativi della regione di Chihuahua, località dove vennero rinvenuti i teschi.

Vi si narra che “Esseri stellari” scesero dal cielo e fecondarono le donne negli sperduti villaggi della regione.

Alle donne fu permesso di partorire i cosiddetti “Starchildren” e di allevarli poi per diversi anni. Infine, gli Esseri stellari sarebbero tornati a prendere la loro progenie per riportarla in cielo.

Non è stata stabilito alcun legame diretto tra i reperti e questa leggenda, anche se si è ipotizzato che il cranio della donna adulta possa essere appartenuto alla madre del bambino anomalo. “Se la sua gravidanza fosse avvenuta in seguito ad un incontro ravvicinato, la donna avrebbe potuto temere che gli Esseri Stellari le togliessero il bambino – ipotizza Pye – e potrebbe aver deciso di uccidersi nella caverna pur di non affrontare tale presunta alternativa”.

Altra tesi possibile è che la donna ed il bambino siano morti in un incidente o per malattia, e che siano stati seppelliti a parte, con tutti gli onori dovuti ad esseri divini (categoria in cui probabilmente anche la donna rientrava secondo i nativi, in quanto scelta dagli esseri celesti).

È abbastanza improbabile che si possano trovare conferme all’ipotesi dello “Starchild”.

Ma il cranio esiste e finora ha sconcertato anche gli esperti. È in corso un ulteriore esame, che sarà riportato dalla “CNI News” non appena i risultati saranno disponibili.

Le foto, le animazioni e ulteriori dettagli sono disponibili sul sito web http://www.starchildproject.com

(Lloyd Pye si attende aiuti finanziari per un approfondimento delle sue indagini).

Articolo per chi vuole approfondire ulteriormente.

CORREVA l’anno 1100, nel Messico nord occidentale, quando due esseri decisero di morire insieme, all’interno di una miniera sotterranea.

Una seppelli’ l’altro, e poi si levo’ la vita a sua volta. Erano madre e figlio. I due scheletri sono stati trovati per caso da una ragazzina nel 1930, che li conservo’ per ricordo in una scatola nella soffitta di casa.

Settant’anni dopo, gli scheletri, passando di proprietario in proprietario, arrivarono nelle mani di Mister Lloyd Pye, un americano appassionato di scienza e parascienza, deciso ad arrivare all’origine di quelle ossa.

Il motivo di tanta curiosita’? «La forma eccezionale del teschio bambino – ci dice Mister Pye – Una forma oblunga mai vista prima, con delle caratteristiche davvero particolari».

Altri scienziati che avevano avuto modo di vedere quel teschio avevano rubricato il caso nella categoria delle deformazioni genetiche, ma Mister Pye voleva arrivare fino in fondo, e ha fatto eseguire, a sue spese, un complesso esame del Dna.

Dopo settimane di attesa, il responso: il piccolo teschio appartiene a un nativo messicano la cui madre risulta chiaramente riconoscibile, e il cui padre non solo non ha lasciato tracce genetiche, ma risulta avvolto nella piu’ completa indecifrabilita’.

E’ nato cosi’ lo «Starchild Project», il progetto «Bambino delle stelle», ovvero un’indagine – portata avanti da Mister Pye e da altri appassionati del genere – che intende rivelare la misteriosa provenienza del piccolo nativo.

E tentare l’azzardo: se fosse figlio di alieni? Mister Pye, come le e’ venuta l’idea di attribuire la paternita’ del piccolo teschio a forme di vita non terrestri? «La mia prima reazione e’ stata un’altra, anche io pensavo si trattasse di una deformazione.

Quando i proprietari mi sottoposero il caso, nel 1999, eravamo tutti e tre convinti al 99 per cento che si trattasse di una malattia, anche se la forma oblunga ci ricordava un alieno dei film.

Poi pero’, dopo un esame a raggi X, un esperto radiologo ci disse di non essersi mai imbattuto in una cosa del genere. E’ stato allora che abbiamo pensato che potesse trattarsi di qualcosa di non completamente umano.

Sfortunatamente il teschio fu presentato a una conferenza dedicata agli Ufo, e da li’ nacque l’etichetta di ”bambino delle stelle”, che in effetti non faceva prendere la cosa molto sul serio.

Ma colgo l’occasione per dire che io sono interessato soprattutto a una cosa: rintracciare l’origine del teschio».

Che tipo di evidenza scientifica puo’ portare a supporto della teoria su tracce di alieni? «Non c’e’ nessuna evidenza del fatto che il teschio sia di un alieno, ma abbiamo molte prove del fatto che non appartiene a nulla di classificabile come umano.

Il test del Dna non e’ stato in grado di riconoscere il Dna nucleare nel teschio del ”bambino delle stelle”, e un rapporto di 11 specialisti ha concluso che il teschio ”e’ unico nella storia degli studi mondiali sulle deformazioni craniofacciali”.

Non c’e’ stato scienziato ne’ dottore ne’ micologo capace di spiegare le strane fibre e i residui trovati all’interno delle ossa del ”bambino delle stelle”.» Come ha reagito il mondo accademico e scientifico alle sue ipotesi? «Con risposte miste, direi, piu’ improntate alla critica che non al sostegno e all’interesse genuino».

Il dibattito e’ in corso, soprattutto sul suo sito Internet (www. starchildproject.com).

Che cosa si aspetta in futuro? «Grazie ai continui progressi nei metodi di indagine genetica, spero che sara’ presto possibile ricostruire la sequenza del Dna nucleare e dimostrare, in un modo o nell’altro, che cosa e’ veramente.

Se si tratta di qualcosa di non completamente umano, allora sarebbe la piu’ importante scoperta del nostro tempo.

Se invece e’ umano, saremmo di fronte alla piu’ bizzarra deformita’ umana, che aprirebbe la strada a ulteriori e interessanti indagini.

L’osso dello ”Starchild”, ad esempio, e’ significativamente piu’ resistente delle normali ossa umane. Immaginiamo il potenziale del progresso medico se potessimo determinare come incoraggiare la crescita di un tipo cosi’ resistente di osso.

Qualsiasi sia la risposta, voglio sapere la verita’ su questo teschio».

Quanto denaro e’ riuscito a raccogliere fino ad oggi per finanziare il progetto? «Nei primi anni mi sono dato da fare per cercare donazioni, ma non sono mai state sufficienti, e alla fine ci ho messo talmente tanti soldi di tasca mia che ho rischiato la bancarotta.

Dal 2003 pero’ ho messo insieme un piccolo gruppo di donatori grazie ai quali e’ possibile continuare le ricerche.

Sono molto grato a tutti coloro che mi hanno aiutato a portare questo progetto cosi’ lontano».

 

Apollo 20

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“Apollo 20”

La missione segreta della NASA:Il mistero dell’Apollo 20.

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Coordinate di latitudine e longitudine del misterioso oggetto.

Un nuovo mistero su una missione spaziale ufficialmente mai avvenuta.

Missione Apollo 20. È il 16 agosto 1976, in piena guerra fredda.

La Russia e l’America pare abbiano trovato una sorta di tregua (almeno in campo areospaziale).

Si va sul cratere Iszak D, ad esaminare qualcosa di misterioso.

La squadra è composta dall’astronauta William Rutledge, da Leona Snyder, scienziata-antropologa della Bell Labs e dal cosmonauta sovietico Alexei Leonov.

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Alexei Leonov, noto negli ambienti NASA per le sue numerose missioni spaziali Vosjod 2, Salyut 1 e 4, Soyuz 11 e con ‘Apollo19-Soyuz’ avvenuta un anno prima.

La missione ha due compiti: i classici studi spaziali riguardanti la Luna ma anche il recupero di tracce di forme di vita aliene intelligenti.

L’operazione sarebbe stata svolta in due parti, la prima che avrebbe riguardato una presunta ‘città aliena’ sulla Luna, la seconda finalizzata proprio all’artefatto identificato come astronave.

Durante le fasi di sorvolo, avvicinamento e recupero, gli astronauti avrebbero asportato dalla nave aliena oggetti tecnici, equipaggiamento, apparecchiature nonché un corpo alieno.

Solo un corpo, nonostante nella navicella ci fossero i resti di due esseri.

 Ma a quando risalgono? Almeno a 1 miliardo e mezzo di anni fa.

Tale datazione è stata effettuata grazie alla presenza di resti di polvere meteorica sull’astronave e sulle colline circostanti; non si sa altro.

Il mistero aleggia attorno a questi ritrovamenti. Nessuna prova o verifica. L’unica certezza è la presenza sul suolo lunare di un oggetto artificiale, ma non di origine terrestre.

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E’ il mistero dell’estate. In realtà è da almeno quattro mesi che gli ufologi discutono su questa ennesima storia che potrebbe, se vera, cambiare molto delle nostre vite.

La storia in breve: nel 1976 un equipaggio misto russo-americano sarebbe stato inviato sulla Luna, missione Apollo 20, per investigare sul relitto di una astronave madre aliena.

Bella storia vero? Sembra la sceneggiatura di un film di fantascienza e per essere molto maliziosi diremo che ricorda molto un film del 1989, Moontrap.

A tirare fuori questo racconto sarebbe stato uno dei tre astronauti di quella missione segreta ufficialmente mai varata.

Il nome? Per ora abbiamo solo lo pseudonimo con cui firma tutte le sue comunicazioni, “RetiredAFB”. Questo ex-astronauta per rafforzare la veridicità delle sue dichiarazioni ha rilasciato sul web una serie di video tutti disponibili su YouTube.

La verità? Tutti i maggiori siti di ufologia italiani e internazionali stanno trattando l’argomento con la massima attenzione.

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Da quanto è stato possibile apprendere dalla fonte originale la squadra composta per questa missione sarebbe stata composta dall’astronauta William Rutledge (rampollo della dinastia di banchieri mondiali Rutledge, ricopriva nella missione il ruolo di CDR della Bell Lab – ingegnere elettronico specialista in sistemi tecnologici avanzati e software per traduzioni lingue), da Leona Snyder, scienziata-antropologa della Bell Lab (specializzata in genesi delle capacità linguistiche, aree cerebrali e specializzazioni funzionali, tecnologie e forme dell’intelletto, categorie cognitive e codici della comunicazione) e infine dal cosmonauta sovietico Alexei Leonov, noto negli ambienti NASA per le sue numerose missioni spaziali Vosjod 2, Salyut 1 e 4, Soyuz 11 e con “Apollo19-Soyuz” avvenuta un anno prima.

Leonov è stato inoltre direttore della “Yuri Gagarin Cosmonaut Training Center”, nonché consulente del film “2001 Odissea nello Spazio”.

Per stessa ammissione della cosmonauta russa Marina Popovich le foto riprese da una sonda nei pressi di Phobos, satellite di Marte, che evidenzierebbero un oggetto sigariforme lungo diversi chilometri le sarebbero state fornite proprio da Leonov.

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William Rutledge, il divulgatore del filmato, ha avuto modo di precisare alcuni punti inerenti questa missione segreta.

L’Apollo 20 avrebbe assommato oltre che ai normali compiti di studio anche altri finalizzati al recupero di prove inerenti tracce intelligenti sul nostro satellite.

Il tutto sarebbe stato scadenzato in due parte, la prima che avrebbe riguardato una supposta “città aliena” sulla Luna, la seconda finalizzata proprio all’artefatto identificato come astronave.

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Stemmi ufficialidella missione.

Durante le fasi di sorvolo, avvicinamento e recupero, gli astronauti avrebbero asportarono dalla nave aliena oggetti tecnici, equipaggiamento, apparecchiature nonché un corpo alieno.

I piloti di tale velivolo sarebbero stati due, ma dato che c’erano problemi di spazio all’interno dell’Apollo-Soyuz, gli astronauti riportarono sulla Terra solo un corpo.

Da quanto è stato aggiunto successivamente l’età alla quale dovrebbero risalire i presunti reperti alieni sarebbe stata valutata in 1.5 miliardi di anni. Una cifra davvero spaventosa.

Questo, soprattutto in ragione del fatto che l’astronave e la città erano stati sottoposti a bombardamento di meteore.

Quindi la datazione sarebbe stata eseguita in base agli effetti della polvere meteorica sull’astronave stessa, sulle colline dei crateri e sulla città.

Infine, si ipotizza che che la nave aliena sia stata già esplorata prima della spedizione Apollo 20-Soyuz.

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Le informazioni fornite da William Rutledge, oggi 76ienne e residente in Africa, sono quantomeno incredibili.

Non si possono negare ipotesi di debunking (verità frammiste a menzogne) come anche a sensazionalismi innescati ad arte per non ben precisati fini.

Tutto ciò che costituisce il panorama di informazioni attinenti a questo oggetto non possiede prove o verifiche dirette di nessun tipo.

Unico dato incontrovertibile è la presenza sul suolo lunare di un oggetto di chiara matrice artificiale e non di origine terrestre.

Solo questo può essere considerato oggi l’unico elemento valido dietro a questa curiosa scoperta, fino a quando altre prove non ci permetteranno di comprendere ulteriormente l’origine o la natura dell’oggetto misterioso le analisi che possono essere compiute non possono che limitarsi ad una osservazione attenta di un presunto artefatto alieno presente sul suolo lunare.

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Per Approfondire.

Nella controversa questione dell’Apollo 20 ho cercato di capire se fossero coerenti i dati di coordinate forniti nei sottotitoli del filmato <<ALIEN SPACESHIP ON THE MOON flyover bef. landing APOLLO 20>>, caricato su YouTube dal presunto William Rutledge o dai suoi collaboratori africani.

Ebbene, i dati sono solo in parte coerenti con la posizione del misterioso oggetto sigariforme adagiato sulla faccia nascosta della Luna.

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Le coordinate dicono: Nose: 17.3 deg S, 117.62 deg E; Cockpit: 17.25 deg S, 117.62 deg E; Base: 17.20 deg S, 117.62 deg E. Intanto sottolineo che è plausibile dare più coppie di coordinate poiché l’oggetto da localizzare è gigantesco.

Inoltre, ciò che balza subito agli occhi è che la coordinata che varia è la sola latitudine, mentre la longitudine rimase invariata.

Questo significa che chi ha preparato i sottotitoli al video, afferma implicitamente che l’oggetto è appoggiato lungo l’asse Nord-Sud. Ci sono riscontri dalle foto ufficiali NASA? Ho controllato e la risposta è affermativa.

L’oggetto è orientato proprio lungo l’asse Nord-Sud. Abbiamo tuttavia un’incongruenza rispetto alla latitudine.

I dati forniti da “retiredafb” su YouTube ci indicano che l’oggetto dovrebbe avere la “prua” (se con il termine inglese <<nose>> intendiamo la prua) rivolta a sud rispetto alla poppa, posta più a nord.

Invece le foto ufficiali scattate dall’Apollo 15 e 17 dicono il contrario: la cosiddetta “prua” è a nord della poppa, quindi ha un valore di latitudine inferiore.

Infatti man mano che si scende rispetto all’equatore lunare, cresce il valore di latitudine Sud in valore assoluto (il valore si indica con il segno -, oppure si scrive il valore numerico seguito da Sud).

Può darsi che i valori forniti siano esatti, ma in tal caso bisognerebbe assegnarli all’inverso rispetto alle singole parti dell’oggetto.

Ci chiediamo: questa incongruenza è un semplice errore oppure è voluta? Altro dato interessante è costituito dal fatto che i sottotitoli ci dicono che la base della presunta astronave è sepolta nella polvere.

COMUNICAZIONI RADIO FRA VANDENBERG AFB E MODULO LUNARE LM-15?

Ora veniamo alle pretese comunicazioni radio fra il LM-15 e la base di Vandenberg (rimando il lettore alla mia intervista con W. Rutledge per il significato della sintassi della presunta comunicazione – vedi UFO Notiziario nr.70)

Ho ricevuto nei mesi scorsi con grande piacere alcune educate e molto acute lettere critiche di un giovane residente a Firenze: il neodiplomato diciannovenne Francesco Faleg, che mi ha autorizzato a citarlo pubblicamente.

Egli, a cui faccio i miei più sinceri auguri per un brillante inizio di carriera universitaria, mi ha scritto quanto segue: <<[…] sono rimasto colpito dal suo articolo relativo alla presunta missione “Apollo 20”, ma riflettendo e visionando i video (in particolare mi riferirò a “Alien spaceship on the moon flyover bef. landing Apollo 20”) mi è sorto un dubbio: com’è possibile che l’Apollo 20 fosse in grado di comunicare con la base di Vandenberg pur trovandosi del tutto coperta dalla stessa Luna? Nessuna onda elettromagnetica avrebbe potuto giungere sulla Terra, come si spiega? Anche se effettivamente non ricevono risposta, gli astronauti si stanno rivolgendo alla base di Vandenberg… a questo punto 1) o era presente un satellite seleno-stazionario che permetteva le comunicazioni 2) oppure gli astronauti stavano registrando ciò che osservavano (ma perchè dire allora “Vandenberg”?) 3) oppure un falso ben mascherato?>>

Dubbi importantissimi e legittimi che io non mi ero ancora posto.

Dai sottotitoli si evince che durante la discesa del modulo lunare almeno in tre occasioni la base di Vandenberg si sarebbe rivolta all’equipaggio del LM-15, il “Phoenix”, che avrebbe avuto a bordo A. Leonov e lo stesso William Rutledge.

Voglio però sottolineare che proprio all’inizio dei presunti dialoghi si dice: <<Vandenberg Twenty Tiros are good sound is one five>>. Ora Tiros è l’acronimo per Television Infrared Observation Satellite, e si tratta della sigla del primo satellite metereologico lanciato in orbita polare dagli Stati Uniti (aprile 1960).

La voce corrispondente della Biblioteca del Sapere (Corriere della Sera – Rizzoli Larousse) ci dice, al volume 21 della collana, che fra il 1° aprile 1960 ed il 1965 altri nove “Tiros” furono messi in orbita. Una serie di satelliti che spalancò la strada ai successivi “Essa” e “Nimbus”.

Tuttavia un altro testo ci dice che un “Tiros” fu lanciato persino nel 1988, <<per il controllo dello stato dell’ozono sui poli>> (L’esplorazione dello spazio, ibidem, pag.45).

È possibile allora che una costellazione di “Tiros” (adattati al caso) sia stata lanciata ai primi anni ’70 per stazionare in orbita attorno alla Luna e consentire le comunicazioni fra la Terra e un eventuale equipaggio allunato sulla faccia nascosta della Luna? Se invece ciò o qualcosa di simile (Francesco Faleg parla giustamente di un satellite “seleno-stazionario che permetteva le comunicazioni”) non fosse stato fatto, allora è evidente che i presunti dialoghi del filmato di YouTube non possono aver avuto luogo.

FINESTRA DI LANCIO E PERIODO OTTIMALE PER L’ALLUNAGGIO

Veniamo ora al periodo del presunto allunaggio. Scrive sempre il nostro attento lettore Francesco Faleg: << […] La data della presunta missione è ugualmente oscura, nella sua intervista retiredafb non risponde in modo diretto alle sue domande (lei a un certo punto chiede quando avvenne il lancio, ma non ottiene risposta alla fine).

Tuttavia forse è possibile restringere l’intervallo di tempo: si nota facilmente che la superficie è illuminata almeno parzialmente ( lo si deduce anche dalle ombre) quindi era un periodo in cui il lato nascosto della Luna era illuminato.

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Questo trova perfettamente riscontro se si confrontano i luoghi e le date dei vari allunaggi delle precedenti missioni con un banale calendario delle fasi lunari: le missioni erano pianificate per avere sempre luce solare disponibile, un ragionamento quasi ovvio.

Ho ottenuto questi dati attraverso il programma “Pianeti Lontani 5” della Finson, un programma che permette di vedere le fasi lunari in tempi anche lontani (come gli anni ’70); in seguito li ho confrontati con i luoghi di allunaggio consultabili qui http://nssdc.gsfc.nasa.gov/planetary/lunar/moon_landing_map.jpg

In breve la missione Apollo 20, nel caso sia esistita veramente, deve essersi svolta in un periodo preciso, quando il lato nascosto aveva luce e il lato visibile non ne aveva.

Nell’Agosto 1976 possiamo identificare una finestra di lancio adeguata.

Presupponendo una durata della missione di 4 giorni (possiamo ipotizzarla, data l’importanza della missione) una luminosità ideale si sarebbe avuta allunando il giorno Domenica 22 Agosto per poi ripartire giovedì 26 Agosto.

Non essendo preveggente, possiamo comunque indicare il periodo compreso fra il 22 e il 27.>>

da una e-mail di Fracesco Faleg a L. Scantamburlo (2007).

A me pare d’aver inteso che l’Apollo 20 partì da Vandenberg il 16 agosto 1976. Quindi il modulo di Comando e Servizio ed il LEM avrebbero raggiunto la Luna 3-4 giorni dopo, e dunque attorno al 19-20 agosto 1976, proprio in corrispondenza dell’inizio del favorevole periodo individuato prima.

Rutledge, inoltre, ha affermato che rimasero sulla Luna per <<7 giorni programmati>> (UFO Notiziario, nr.70, agosto-settembre 2007, pag.50).

Poiché Francesco mi è sembrato un giovane onesto e molto in gamba, gli ho gentilmente chieso di verificare se attorno o subito dopo la data del 23 gennaio 1976 vi era un periodo di luce sulla faccia nascosta della Luna.

Si tratta della data di morte (che ho trovato in una biografia on line) del presunto astronauta che, stando a quanto mi ha rivelato Rutledge, avrebbe fatto parte dell’Apollo 19.

Ebbene Francesco, impiegando sempre il medesimo software <<Pianeti lontani 5>> della Finson SpA (per Windows 95/98), ha trovato che <<[…] Effettivamente, solo 2 giorni dopo, si verificavano le condizioni ottimali per un allunaggio sul lato nascosto della Luna, poiché Domenica 25 Gennaio approssimativamente i ¾ del lato oscuro erano illuminati.

Una condizione sufficiente, come dimostrato dalle precedenti missioni, per poter allunare; il venerdì successivo, 30 Gennaio, si verificò un novilunio, quindi sull’altro lato era presente la massima luminosità.

Nel caso sia esistito, se fosse atterrato, il modulo lunare avrebbe potuto rimanere sulla Luna fino a Mercoledì 4 Febbraio, limite massimo, sia ipotizzando le risorse disponibili, sia considerando la luce sul nostro satellite.

Ovviamente le date del possibile allunaggio oscillano, poiché non possiamo sapere quale fosse la posizione dell’Apollo il 23 Gennaio.

Prima di trarre conclusioni, bisogna comunque verificare la veridicità delle affermazioni ufficiali sulla morte dell’astronauta del quale Rutledge le ha rivelato il nome.

Tuttavia esprimo alcuni dubbi al riguardo: sia Stephanie Ellis, sia il suddetto astronauta, sia l’altro membro dell’equipaggio, se è vera la storia, sono morti ovviamente lo stesso giorno; ma dubito che le autorità abbiano indicato la stessa data su documenti ufficiali.

Sarebbe stato controproducente: tre astronauti che per cause naturali (notare che erano tutti piuttosto giovani) muoiono lo stesso giorno? Una coincidenza che, se emersa, avrebbe destato troppi sospetti.>>

Le Autorità, aggiungo io, in caso di incidente non avrebbero dovuto annunciare proprio niente perché la stessa missione (classificata) non era stata annunciata ai mass media.

Inoltre la persona in questione che sarebbe deceduta con la misconosciuta Stephanie Ellis ed il terzo membro dell’equipaggio, non era un americano; fu una persona nota ed accreditata, addestrata a volare nello Spazio ma specializzata in un ambito disciplinare non ingegneristico o chimico-fisico.

Non so se sia opportuno rivelare il suo nome. Voglio prima almeno portare a termine le mie indagini giornalistiche ancora in corso.

LANDING POINT DESIGNATOR

Grazie ad un sito web tedesco viene risolto il mistero dei numeri che scorrono sul video del presunto sorvolo del LM-15. Si tratterebbe (se il filmato è autentico) della presenza del cosiddetto Landing Point Designator, un reale strumento applicato sui due finestrini triangolari del Modulo di Escursione Lunare.

Una foto che lo ritrae è visibile presso il sito NASA: http://www.hq.nasa.gov/alsj/lpdin.jpg A proposito dei numeri del L.P.D. Rutledge aveva affermato: <<[…] Questi marchi sono su entrambe […] le finestre, può verificarlo su un sito della NASA.

Per favore lo verifichi su un sito genuino della NASA, (sono divampato quando qualcuno l’ha verificato sul film Apollo 13) i contrassegni avevano uno speciale angolo di inclinazione.

Se lei controlla, lei avrà un’idea della mia precisa posizione durante questa sequenza.>> (UFO Notiziario, risposta nr. 20-21, pag. 52).

Su questo aspetto tecnico Rutledge ha dimostrato una conoscenza abbastanza approfondita, a prescindere dalla veridicità del filmato, ed il suo invito a verificare su un sito della NASA è stato evidentemente seguito da qualcuno.

Sul sito tedesco, tuttavia, si esprimono fortissime perplessità in proposito, e si considera il filmato non compatibile con la reale presenza di tale strumento per effettuare un corretto allunaggio.

Il saggista e giornalista Gianfranco Degli Esposti ha gentilmente tradotto per me la critica in lingua tedesca. Eccovi un passo della sua traduzione: <<Il Landing Point Designator […] è un palese falso.

Come dovrebbe muoversi? Perchè viene filmato proprio attraverso il LPD situato sul margine dell’oblò? Perchè si trova lì LPD? Vedasi il raffronto con: http://www.hq.nasa.gov/alsj/lpdin.jpg Vi è qualcosa che non torna in tutto ciò. (il LPD) Scompare di colpo nel bel mezzo del filmato, per poi riapparire.>>.

Il LPD si trova in corrispondenza dei due finestrini triangolari del Modulo di Escursione Lunare della Grumman, e non dell’oblò che è invece una caratteristica del Modulo di Comando e Servizio.

Attaccando una telecamera al finestrino non si vedrebbe la forma di esso. Legittimo invece chiedersi perché nel filmato i numeri scompaiano all’improvviso.

Può darsi che ciò avvenga perché la seconda parte è non genuina, mentre a mio giudizio ci sono maggiori probabilità che sia autentica la prima: quella del sorvolo sopra la piana di Fermi.

L’AIR FORCE SPACE COMMAND NACQUE NEL 1982

 Veniamo all’introduzione del filmato (un inganno) della “Città”.

Vi sono due emblemi: quello della NASA e quello dell’Air Force Space Command.

Ebbene, la missione Apollo 20 se autentica si svolse sotto l’ala dell’USAF, poiché l’Air Force Space Command nel 1976 non esisteva ancora.

Nacque nel 1982, e guarda caso è proprio l’anno a cui si riferisce William Rutledge nell’intervista quando parla del periodo in cui furono realizzate alcune delle copie dei filmati in suo possesso (vedi UFO Notiziario nr.70, pag. 49, risposta nr.9).

Una semplice coincidenza? Del resto Rutledge ha sempre nominato l’USAF e non l’Air Force Space Command. Inoltre proprio questo video con tale emblema è non veritiero.

LE DIMENSIONI DEL MISTERIOSO OGGETTO SULLA LUNA

Oltre a Francesco Faleg ringrazio pubblicamente l’argentino Salvatore Valentin Carta il quale, su suo permesso scritto, mi consente di diffondere il suo lavoro di ricerca sull’enigmatico dettaglio ritratto dalle immagini NASA ufficiali delle missioni Apollo.

S. V. Carta ha lavorato sull’immagine dell’Apollo 15 catalogata AS15-M-1333. Usando i software PixInsight, Envi 4.2, AutoCad e Photoshop SC2 ha stimato per l’oggetto anomalo le seguenti dimensioni: una lunghezza di 3370 metri (inclusa la parte eventualmente sepolta?) ed una larghezza di 510 metri.

Mi pare d’aver capito che l’errore sui valori ottenuti è di una cinquantina di metri (ma non ci giurerei).

William Rutledge, nei suoi commenti su YouTube, per l’astronave madre aveva parlato di una lunghezza approssimativa di 4 km.

 

Teschi Alieni

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Teschi Alieni

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Teschi Alieni trovati a Omsk in Siberia.

Degli archeologi russi, nella città siberiana di Omsk, si sono imbarcati in un studio di resti umani che ritengono troppo strani per essere pubblicamente esposti nel Museo della città.

La squadra di archeologici hanno iniziato a studiare strani crani allungati umani trovati in un bosco vicino quasi dieci anni fa.

Da davanti i teschi hanno un aspetto simile a quello di un essere umano normale, ma quando si gira di lato è chiaro che non è così.

I crani sono grossolanamente allungati.

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Gli studiosi del Museo Omsk di storia e cultura non hanno alcuna risposta conclusiva per quanto riguarda le origini di questi crani, che sono stati trovati in tombe a tumulo che si ritiene risalgano al 4 ° secolo dC.

A causa della bizzarra forma dei crani ‘non li mostriamo al pubblico, temendo che la gente potrebbe rimanere troppo scioccata.

”Questa gente potrebbe veramente rimanere scioccata e anche spaventata.

Poiché la forma del cranio è insolita per un essere umano”, ha detto Igor Skandakov, direttore del Museo Omsk di storia e cultura.

Gli scienziati hanno detto che i teschi sono segni che potrebbe essere dovuto ad una deformazione artificiale del cranio normale.

Essi ipotizzano che le comunità antiche volutamente deformato i teschi dei loro figli, applicando la forza attraverso prssioni sulla testa, quasi dal momento della nascita.

Perché hanno fatto questo ancora non è chiaro.

Nel corso degli anni ci sono state persone inclini a credere che i teschi appartenevano agli alieni che hanno visitato il nostro pianeta secoli fa.

Ci sono i miti di dei che sono discesi dal cielo e che avevano le teste allungate. Erano molto venerati”, ha detto Skandakov.

Ma la maggior parte degli scienziati non accettano questa idea, e siamo certi che tale deformazione è stata effettuata sia come un simbolo di status di appartenenza alla elite della società, o forse come un modo per migliorare il funzionamento del proprio cervello.

”E ‘improbabile che gli antichi sapevano molto di neuro-chirurgia.

Ma è possibile che in qualche modo sianno stati in grado di sviluppare le capacità del cervello eccezionali”, ha detto Alexei archeologo Matveyev.

Museo di Omsk: I Teschi ritrovati in Siberia.

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”Queste persone sono state una qualche forma di shamani, che hanno potuto, per esempio, stabilire se vi fosse o meno pericolo, nonché di predire il tempo”, ha detto Kirill Makarov, direttore della Agenzia per il sociale e informativo Technology.

Decine di questi teschi allungati sono stati trovati in molti altri luoghi del mondo, principalmente in Sud e Centro America in tombe di antiche civiltà indigene.

Tuttavia, essi sono anche stati trovati in tombe in Francia, Norvegia e Russia nella regione del Nord Caucaso.

In quasi tutti questi casi, i resti sono almeno 1.500 anni.

Questo ampio tratto geografico suscita ancora un’altra domanda: se tale deformazione è stata una dichiarazione di moda o di un tentativo di migliorare le capacità del cervello, come è possibile che sia stato praticato in diverse regioni del mondo che non ha avuto contatti con l’altro? Il museo Omsk spera di rispondere un giorno a queste domande.

Grigorij Efimovič Rasputin.

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Grigorij Efimovič Rasputin.

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Grigorij Efimovič Rasputin , più noto come Rasputin (Pokrovskoe, 10 gennaio 1869 – San Pietroburgo, 29 dicembre 1916) è stato un mistico russo. La sua notorietà deriva dalle misteriose influenze che aveva su parte della famiglia imperiale russa, appartenente alla dinastia dei Romanov

Nascita

Nacque nel villaggio di Pokrovskoe, il 10 gennaio 1869, nella provincia di Tobol’sk in Siberia da Efim Jakovlevič Rasputin e Anna Vasil’evna.

Sulla data di nascita non si è certi in quanto lo stesso Rasputin si invecchiava di proposito, anche di vari anni, aiutato dal suo viso rozzo e solcato da rughe.

Si invecchiava con lo scopo di mantenere credibile la sua figura di monaco, figura che in Russia godeva di particolare prestigio se anziano.

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Si narra che da piccolo cadde nel fiume gelido con suo fratello e che riuscì a guarire da una grave polmonite, dopo giorni di deliri e strane visioni. Suo fratello, invece, morì.

Si trasformò in fretta in un giovane uomo irrequieto che si ubriacava, rubava e correva dietro alle donne per soddisfare un appetito sessuale che sembrava non placarsi mai (Rasputin è il soprannome che si guadagnò proprio in quegli anni e, in russo, significa depravato).

A quel tempo si imbatté casualmente in una setta rinnegata dalla Chiesa ortodossa, i quali adepti sostenevano che per comprendere appieno l’essenza di Dio era necessario peccare.

Solo con l’intima conoscenza del male il peccatore poteva pentirsi, e quindi ottenere il perdono.

L’uomo si doveva macchiare d’ogni tipo di colpa per godere della grazia divina.

Rasputin, quasi diciottenne e semianalfabeta, abbracciò con entusiasmo la nuova religione.

Vestito da monaco, si dedicò con impegno ai dogmi della setta, interpretandoli a suo piacimento.

Si proclamò veggente e guaritore. Diceva di essere guidato dal volere di Dio. Durante i suoi continui pellegrinaggi, attirò l’attenzione di molti.

Da un breve matrimonio ebbe tre figli.

Riprese immediatamente il suo vagabondare.

Lo sguardo da folle e la convinzione di essere in possesso di conoscenze da rivelare a pochi eletti lo portarono a San Pietroburgo.

Frequentò con soddisfazione il movimento nazionalista dei “Veri Russi”.

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Rasputin riuscì ad entrare negli ambienti di corte, considerato in possesso di misteriosi poteri sovrannaturali.

L’ultimo Zar, Nicola II della dinastia Romanov, giovane ed immaturo, pregava da tempo affinché Dio inviasse una guida per aiutarlo ad affrontare tutte le responsabilità.

Tra le altre cose lo Zar era preoccupato dal mancato arrivo di un erede maschio.

Venuto alla luce Alessio, il tanto atteso figlio, i genitori non poterono comunque gioire, il bimbo infatti era emofiliaco, e questo destava notevoli preoccupazioni.

Rasputin, grazie a questo momento di debolezza dello Zar, trovò terreno fertile per i suoi sproloqui, e si mosse con scaltrezza.

Con il suo “carisma” pare riuscì a conquistare il cuore di molte donne aristocratiche, con le quali intratteneva relazioni sessualmente molto spinte.

Rasputin riuscì a bloccare l’ennesima emorragia del piccolo Alessio. Sul come ci riuscì vi rimando a varie teorie che si trovano anche su internet.

L’episodio fu sufficiente a rendere Rasputin un membro della famiglia reale.

In Russia non ci si spiegava come fosse possibile che gli imperatori accettassero un individuo così ambiguo a palazzo.

Molte persone dubitarono dell’”integrità morale” dello Zar e della Zarina, che non avevano fatto trapelare la notizia dell’emofilia del pargolo per non destare preoccupazione tra i sudditi.

Rasputin non si adoperò certo per metter a tacere i pettegolezzi.

Varie testimonianze ci parlano di banchetti durante i quali il monaco si ubriacava, mangiava con le mani, ruttava rumorosamente e infine si faceva leccare le dita dalle sue devote commensali.

È leggendaria la sua avversione per l’acqua e il modo in cui si svolgevano i suoi rari bagni.

Erano bagni collettivi, amava immergersi in grandi vasche con molteplici donne con le quali si divertiva e dalle quali si faceva lavare.

Si diceva che le quattro figlie dello Zar fossero ben disposte a soddisfare le perversioni del monaco.

Rasputin, ubriaco fradicio ad ogni festa, raccontava degli incontri a sfondo sessuale tra lui, la Zarina e le figlie.

Alla fine l’imperatore lo allontanò da corte.

Quando il piccolo Alessio fu sull’orlo di un altro dissanguamento, pare che Rasputin, richiamato, riuscì ad arrestare l’emorragia.

A questo punto i monaci e i vescovi che si opponevano a lui venirono puniti dai Romanov. Si pensava che il monaco fosse arrivato ad avere il controllo su ogni questione concernente l’impero.

Nel 1916 una congiura di nobili vicini alla corte decise che il monaco doveva essere eliminato.

Nel dicembre di quell’anno, il principe Jusupov lo invitò a cena nel suo palazzo, con la scusa di presentargli la bellissima moglie Irina.

Rasputin, insaziabile come al solito, accettò con entusiasmo.

Irina era una delle poche donne con le quali ancora non si era “dilettato”: non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione.

Successivamente Jusupov spiegherà che aveva organizzato l’assassinio per salvare l’impero.

Ma il fatto che Jusupov non si fosse mai dichiarato un sostenitore della famiglia reale, e la sua dichiarata bisessualità, fanno pensare che i motivi furono ben altri. Secondo i piani l’avrebbero dovuto avvelenare.

Per essere sicuro del risultato Felix Jusupov aggiunse cianuro a tutto quello che c’era di commestibile e al vino che il monaco adorava.

Rasputin arrivò verso le undici e si tuffò sull’alcol e sul cibo, ingurgitando abbastanza veleno da uccidere sei uomini.

Irina non era consapevole del complotto e non sarebbe mai arrivata, ma Jusupov prese tempo e attese accanto a lui che il cianuro facesse effetto.

Rasputin, mezzo ubriaco, si dilettò nel suonare la chitarra fino alle due del mattino, ora in cui propose di andare a fare un giro in città.

Il terrore di trovarsi di fronte a un essere capace di cenare a base di veleno e accusare poi un semplice bruciore di stomaco prese i congiurati riuniti al piano di sopra.

Decisero di passare alle maniere forti. Jusupov scese con una pistola e vide il monaco che pregava ai piedi di un crocefisso.

Gli sparò nella schiena. Rasputin era ancora vivo, ma i congiurati pensarono che sarebbe morto per dissanguamento entro poco.

Un’ora dopo Rasputin sembrava morto, ma quando Jusupov lo mosse, il monaco aprì gli occhi e cominciò a chiamarlo per nome: “Felix… Felix… Felix…”.

Rasputin barcollando tentava di scappare dirigendosi verso la porta, tra gemiti e parole sconnesse.

Riuscì ad arrivare in giardino, gli spararono altre quattro volte. A terra continuò a gemere e a strisciare verso il cancello.

Presero a sferrare calci furiosi alla testa del monaco finché quest’ultimo non smise di muoversi.

Successivamente Rasputin venne pugnalato e preso a randellate, respirava ancora. Il suo cadavere, ben zavorrato, venne gettato in un canale.

Riemerse due giorni dopo; sottoposto ad autopsia incredibilmente non vi si trovarono tracce del veleno.

Fu riscontrata acqua nei polmoni, la qual cosa significa che nonostante il veleno, i colpi di pistola e le bastonate, incredibilmente Rasputin fu gettato nell’acqua ancora vivo, e quindi morì annegato.

Vennero presi dei provvedimenti contro i partecipanti del complotto. Jusupov fu mandato in “esilio in campagna”, Pavlovič fu inviato in Persia a combattere in prima linea.

Ironia della sorte, l’esilio salvò Jusupov, la rivoluzione bolscevica di lì a poco avrebbe rovesciato il trono nel sangue.

I contadini considerarono l’omicidio del monaco come l’ennesimo sopruso ai danni del popolo da parte degli aristocratici.

La sua morte fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Durante le sommosse bolsceviche la tomba di Rasputin fu violata, il corpo bruciato e le ceneri disperse.

Il monaco aveva previsto la sua morte con largo anticipo.

Lo scrisse chiaramente nei suoi diari:

“Sento che devo morire prima dell’anno nuovo.

Se io verrò ucciso dai nobili, le loro mani resteranno macchiate del mio sangue e per venticinque anni non potranno togliersi dalla pelle questo sangue.

Zar della terra di Russia, se tu odi il suono delle campane che ti dice che Grigorij è stato ucciso, devi sapere questo.

Se sono stati i tuoi parenti che hanno provocato la mia morte, allora nessuno della tua famiglia, rimarrà vivo per più di due anni. Essi saranno uccisi dal popolo russo… Pregate, siate forti…”

Il suo membro venne successivamente essiccato, e circolò a lungo dentro ad uno scrigno.

Testimonianze riportano che “assomigliava ad una lunga banana rinsecchita”.

Lungo qualcosa più di 33 centimetri, “srotolato” supera le dimensioni del mio avambraccio.

Il membro definito: “Unico e prezioso” dal sessuologo Igor Kniazkin è conservato ed esposto al pubblico in un museo erotico di San Pietroburgo.

Aldo Montano lo ha definito: “Una montagna, una cosa impressionante”.

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I pellegrinaggi in giovane età.

Per anni condusse la normale vita dei contadini russi siberiani, alternando il lavoro dei campi all’allevamento di cavalli e all’attività di vetturino.

Fin da ragazzo dimostrò un’indole fortemente tesa alla spiritualità e al misticismo ossessivo, fenomeno in realtà diffuso da secoli e frequente tra i popolani della Russia centrale che non avevano conosciuto l’oppressione della servitù della gleba tanto quanto era accaduto nelle campagne della Russia europea.

Dopo essersi sposato ed aver avuto tre figli, ancora in giovane età intraprese lunghi pellegrinaggi, che lo condussero fino al Monte Athos.

Nel 1905 approdò alla corte dello zar Nicola II: sospettato di aver aderito alla setta dei Khlysti, una congregazione clandestina di orgiastici che stigmatizzava gli eccessi di secolarità della Chiesa ortodossa e poi di aver frequentato il Movimento nazionalista dei veri russi, malgrado la mancanza di istruzione allestì una rete di relazioni di altissimo livello che in breve tempo lo condusse a corte, accompagnato dalla fama dei suoi poteri sciamanici.

L’influenza sui Romanov e la malattia dello zarevič

Fu proprio grazie alla sua reputazione di guaritore che entrò in contatto con persone vicine alla famiglia imperiale, nella speranza che potesse essere di aiuto per contenere l’inguaribile emofilia di Aleksej, il piccolo zarevič.

Al primo incontro Rasputin riuscì ad ottenere qualche effetto sul piccolo malato, così lo zar e la zarina gli permisero di visitare sempre più spesso la loro riservatissima casa, situata nel parco di Carskoe Selo.

Secondo una teoria, Rasputin sarebbe riuscito ad interrompere le crisi ematiche di Aleksej utilizzando un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo in questo modo la pressione del sangue.

Secondo un’altra ipotesi, sembra che i medici di corte tentassero di guarire l’emofilia dello zarevic con l’aspirina che, se da un lato leniva i dolori articolari, dall’altro acuiva le emorragie causate dall’emofilia.

Secondo questa versione, senza aspirina la salute di Aleksej migliorava e il merito veniva attribuito a Rasputin.

Occorre tuttavia menzionare un fatto scientificamente inspiegabile, avvenuto il 12 ottobre 1912: in quell’occasione, venne ricevuto da Pietrogrado un telegramma della famiglia reale che lo informava di una grave crisi di emofilia dello zarevic ormai in punto di morte (“I medici sono disperanti.

Le vostre preghiere sono la nostra ultima speranza”), Rasputin si immerse in preghiera per diverse ore nella sua casa in Siberia, cadendo in uno stato di trance.

Terminate le preghiere, inviò un telegramma alla famiglia reale in cui assicurava la guarigione del piccolo, cosa che effettivamente avvenne nell’arco di poche ore, dopo giorni di inutili cure mediche.

Il potere nella capitale.

Il suo carisma mistico esercitò sulla famiglia Romanov, in particolar modo sulla zarina Alessandra, un’influenza così intensa da dare adito a molte congetture: si giunse al punto che le numerose segnalazioni sul suo intenso libertinaggio con le dame dell’aristocrazia venivano regolarmente smentite dalla coppia reale, talvolta anche con la punizione degli zelanti segnalatori.

Rasputin, oltre che dare speranze alla famiglia imperiale circa una possibile guarigione del giovane, sembrava andare incontro alle ispirazioni più intime dei sovrani.

Infatti egli, essendo un semplice figlio delle campagne, rappresentava ciò che Nicola II e Aleksandra Fëdorovna avevano sempre desiderato: un contatto diretto con l’autentico popolo russo, senza intermediazioni di etichetta e convenzioni sociali.

In seguito alla sua stabilizzazione nella capitale, visto l’enorme ascendente che il contadino aveva sulla zarina, presto attorno a lui si creò una vastissima rete di noti personaggi e politici, che in cambio di intercessioni rispetto alla sovrana erano disposti a soddisfare le richieste che Rasputin faceva loro da parte di migliaia di postulanti.

Dalle campagne contadini e artigiani accorrevano chiedendo aiuto e intercessione allo starec, a tal punto che l’appartamento durante la giornata era sempre affollato e il telefono squillava in continuazione.

Nelle mani di Rasputin passavano centinaia di rubli, che egli indiscriminatamente distribuiva ai postulanti; richieste di denaro, di occupazione, e anche lamentele dalle campagne verso i grandi proprietari giungevano a Rasputin che, in quanto creditore presso personaggi dell’alta società, le faceva andare nella maggioranza a buon fine.

Il resto dell’enorme quantità di denaro era spesa, come attestano i numerosi verbali di polizia, in locali notturni e in incontri ai bagni pubblici con donne di ogni classe ed età: numerose sono le leggende circa la sua insaziabile libidine; la stampa pubblicava in continuazione scabrosi racconti di fantasia sulle sue leggendarie notti; ciò accrebbe le dicerie non solo su una sua presunta super dotazione, quanto su una improbabile e sempre smentita relazione con la sovrana.

È provato invece che, con il tempo, acquistò sempre maggiore influenza sulla mistica zarina, inviandole sempre più consueti messaggi con consigli perentori di carattere morale, religioso e politico.

Rasputin e la guerra

Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Rasputin si oppose fermamente all’entrata in guerra della Russia, e pronosticò che avrebbe portato immani catastrofi ai contadini, che sarebbero morti a migliaia.

Tuttavia, non poté esercitare la sua influenza sul sovrano, perché subì un attentato nel suo villaggio siberiano il 15 giugno, lo stesso giorno dell’omicidio di Sarajevo.

Si limitò ad inviare un disperato telegramma ai sovrani:

« Credo, spero nella pace. Stanno preparando un orribile misfatto, ma noi non ne siamo partecipi »

(telegramma del 19 luglio 1914)

Lo zar, che invano aveva tentato di mediare per una soluzione pacifica e aveva ottenuto in cambio la dichiarazione di guerra dalla Germania, stracciò il messaggio.

Nel 1915 con la partenza dello zar per il fronte, le denunce di Rasputin contro le collusioni di ministri e alti funzionari con il traffico illegale d’armi e le speculazioni sui latifondi ai danni dei contadini si intensificarono.

La zarina, che assente lo zar deteneva il potere a san Pietroburgo, effettuò su suo consiglio continui, disastrosi e repentini cambi al vertice di governo, proprio nel momento (durante la prima guerra mondiale) in cui, in assenza del sovrano dalla politica interna, si necessitava di un governo forte.

Si sospettò, forse non senza ragione, che avesse effetti sulle decisioni dei reali in tema di politica (in particolare in direzione di una politica pacifista e di buone relazioni con i tedeschi, paese della zarina e con il quale i rapporti erano tesi).

Ad un certo punto venne accusato anche di corruzione e per questo allontanato dalla residenza imperiale dallo stesso zar; però, le condizioni del piccolo Aleksej andavano peggiorando, così la zarina decise di rivolgersi nuovamente a lui.

La risposta fu che le condizioni di suo figlio sarebbero migliorate anche in sua assenza, cosa che effettivamente accadde.

Nel 1916, in piena crisi di governo – che Rasputin stesso con la sua rete clientelare aveva contribuito a creare – e tra le alterne fortune degli eserciti russi sul fronte orientale, una congiura ordita dal granduca Dmitrij Pavlovič, dal principe Feliks Feliksovič Jusupov e dal deputato conservatore Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, decise di assassinarlo.

Contro Rasputin vennero orditi complotti ed attentati finchè l’ultimo gli fu fatale.

In un primo momento venne aggredito addirittura da alti prelati ortodossi in una chiesa, picchiato e trascinato per i piedi da un carro in corsa.

Successivamente una sua ex seguace, passata con il clero ortodosso, lo accoltellò al ventre. Venne poi investito da un’automobile ma si salvò fortunosamente.

Gli furono intentati contro diverse inchieste, venne arrestato, bandito, sorvegliato, pedinato e spiato.

 

La morte.

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Fu avvelenato con il cianuro durante una cena a casa di Jusupov, ma dato che incredibilmente resisteva al potentissimo veleno, i congiurati decisero di sparargli.

Nonostante fosse stato abbondantemente avvelenato e colpito da un colpo di pistola al fianco, Rasputin si riebbe; venne così colpito da un nuovo colpo alla schiena e, mentre veniva trascinato verso il cancello del cortile, fu finito con un colpo in fronte, sparato probabilmente da un membro dei servizi segreti inglesi.

Il suo cadavere fu gettato nel fiume Neva, da cui riemerse il giorno dopo.

Secondo l’esito dell’autopsia (eseguita la notte del 20 dicembre dal professor Kosorotov), ancora più incredibile è il fatto che il corpo non presentava tracce del veleno, dando luogo a dispute tra gli storici circa l’effettiva modalità di eliminazione.

Fu riscontrata acqua nei polmoni, quindi nonostante il veleno e i colpi di pistola Rasputin fu gettato nell’acqua ancora vivo, dimostrando un’inaspettata e sorprendente vitalità.

Rasputin fu quindi sepolto, ma il suo corpo venne poi dissotterrato e bruciato ai bordi di una strada.

Non ci volle molto perché venissero presi provvedimenti contro i partecipanti del complotto, anche se per alcuni giochi di palazzo non venne svolto alcun processo.

Jusupov fu mandato in “esilio in campagna”. Apparentemente a Dmitrij Pavlovič andò peggio: fu infatti inviato in Persia a combattere in prima linea.

Per un bizzarro gioco del destino, però, mentre la maggior parte dei membri della monarchia incorsero nelle inchieste sollevate dopo la rivoluzione di Febbraio nel 1917, questa destinazione punitiva fece sì che il granduca Dmitrij fosse uno dei pochi Romanov a pianificare una fuga all’estero.

Approfondimento.

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Numerose testimonianze documentano che Rasputin fosse veramente dotato di facoltà paranormali, che si esplicavano in un certo potere terapeutico – facente forse appoggio sull’ipnosi che sapeva indurre nei suoi pazienti – e nella facoltà di predire talvolta eventi futuri.

Sta di fatto che Rasputin riusciva a tenere sotto controllo la grave malattia che affliggeva l’erede al trono, il piccolo Alessio, e proprio grazie a ciò era riuscito ad ottenere agli occhi dei sovrani – soprattutto della zarina – un’influenza incancellabile.

Il potere “magico” di Rasputin consisteva nell’accumulo di una fortissima carica magnetica che poi riusciva a riversare sulle persone che voleva per i suoi scopi, anche se non è da trascurare una probabile predisposizione naturale.

Rasputin aveva in sé anche la forza selvaggia della terra siberiana: era un uomo pieno di fede sincera, istintiva e violenta; quando pregava, e non mancava mai di farlo, si gettava pesantemente in ginocchio appoggiando curiosamente le mani al suolo.

Tuttavia la sua non era la fede dei cristiani ortodossi ma, con ogni probabilità, quella della setta eretica dei Flagellanti, per certi versi molto più vicina ad antichi culti pagani che alla religione di Cristo.

Ma chi erano realmente i Flagellanti o Uomini di Dio? Il fulcro della loro rituaria erano i “raduni” (radienje), cerimonie estatiche se non pure orgiastiche che si tenevano in luoghi segreti.

Ecco come ce li descrive uno scrittore dell’epoca, il celebre polacco Ferdinand Ossendowski: “Una volta, cacciando nel governatorato di Novgorod, nelle foreste presso la stazione di Lubar, abitavo nel piccolo villaggio di Marjino.

Non lontano da questo c’era il possedimento dei principi Golitzir i più grandi aristocratici della Russia, discendenti del Rurik. Una sera il padrone della capanna da me abitata, un certo Basilio Antonin, mi sussurrò misteriosamente nell’orecchio: — Non vorrebbe assistere al radienje funzione divina dei khlyst? Sapevo che i khlyst erano dei settarii e che i loro radienje, o misteri religiosi, si distinguevano per una barbarie straordinaria.

Mosso dalla curiosità accettai dunque senz’altro. Erano già le nove di sera e cadeva una scura notte autunnale.

Usciti di casa, ci siamo diretti verso il possedimento principesco. Il mio padrone m’introdusse in uno dei grandi fabbricati che circondavano il cortile.

In un grande salone, illuminato soltanto da sette grosse candele di cera accese nei diversi suoi angoli, regnava la penombra.

Faceva caldo e si soffocava, perché vi si accalcavano non meno di ottanta persone, uomini e donne, maturi o ancora completamente giovani. In fondo al salone c’era una tavola, coperta di una tovaglia bianca.

Ho osservato un’immagine santa completamente annerita dal tempo, una grande pila d’acqua santa ed un grosso librone legato in legno. Sulla tavola non era accesa che una sola candela.

Presso la tavola, che fungeva evidentemente da altare, stava un forte contadino dai lunghi capelli neri, cinti sulla fronte da una stretta cinghia e dalla barba curata diligentemente.

Quando la folla si mise in ordine e tacquero gli echi dei passi e dei sussurri, il forte contadino, dopo aver letto nel grosso libro qualche testo in slavo antico, cominciò a fare sulla fronte e sul petto i segni della croce, inginocchiandosi e inchinandosi ogni volta fino a terra.

Osservavo che i suoi movimenti diventavano sempre più impetuosi e rapidi, e che gli occhi dei presenti si fissavan con tensione, come ossessi su questo “sacerdote”.

Finalmente questi, messosi dritto in piedi e gridando: “Pregate e fate delle offerte!” afferrò da un mucchio di bastoni trovantisi nell’angolo della sala, una lunga verga – in russo khlyst, e da qui il nome della setta – e cominciò a flagellarsi il dorso e la testa.

Quando la verga tagliò, fischiando, alcune volte l’aria, mi ricordai i misteri sanguinosi dei dervisci che avevo visto in Turchia e in Crimea.

Il sacerdote gettò intanto via il camiciotto e la camicia, denudandosi fino alla cintola. La flagellazione colla verga s’intensificò, diventando sempre più rapida e forte.

Tutto il suo dorso era incrociato da righe rosse, quando finalmente ne sprizzò fuori il sangue, colando giù in un tenuissimo rigagnolo.

Ed allora tutta la folla, il mio padrone compreso, si gettarono sulle verghe. Cominciò una flagellazione generale. Si fecero sentire i fischi dei forti ed elastici bastoni, il pesante respiro dei convenuti, i gemiti.

I presenti cominciarono a gettar via da sé i vestiti, per portar la loro mortificazione all’apice. Il “sacerdote” invece, battendosi sempre colla verga, cominciò intanto a girare attorno a sé sopra un piede ed a saltare.

Alcuni dei presenti si misero ad imitarlo, e qualche minuto più tardi tutta la folla si trovò in un movimento pazzesco, battendosi a vicenda con dei bastoni, balbettando e gridando qualche cosa con dei gemiti angosciosi.

Alcuni caddero presto, cadde anche il “sacerdote”, altri invece saltavano ancora calpestando coi loro piedi i giacenti.

L’aria era satura del vapore delle esalazioni dei corpi stanchi e sudati, dell’odore di scarpe e biancheria sporca.

Qualcuno cominciò a spegnere i lumi, e quando non restò che quello sopra l’altare non riuscivo a scorgere che un mucchio di corpi umani, maschi e femmine, accumulati uno sopra l’altro, spossati, sanguinanti, mezzi morti. Questo è il radienje”.

Ossendowski non parla dell’orgia sessuale che conseguiva al momento dello spegnimento dei lumi, poiché, non essendo membro della setta, si era confezionata per lui una cerimonia ridotta, ma da altre documentazioni risulta che i Khlysty così facessero.

La setta era abbastanza ramificata nella popolazione, anche perché la persecuzione della polizia zarista non era così rigida come per altre sette, come quella dei Castrati (Skoptzy).

Pare però che tra i due gruppi ci fosse una certa intercomunicabilità, alcuni ritenendo quello dei Castrati un “livello superiore”.

Sta di fatto che le dottrine alla base dei due gruppi avevano molto di analogo e forse la differenza consisteva soltanto nella valutazione del modo con cui “salvarsi l’anima”.

I primi infatti ritenevano di poter combattere il peccato col peccato stesso mentre i secondi eliminavano drasticamente il problema alla radice, amputandosi i genitali e i seni!

Entrambe le sette reclutavano i propri aderenti non solo nei ceti contadini; tra i Flagellanti vi erano numerosi commercianti e fra i Castrati numerosissimi banchieri.

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Ma qual’era la tecnica grazie a cui Rasputin riusciva ad esercitare i suoi poteri?

Quella che emerge dalla consultazione dei documenti, specialmente quelli scoperti nel 1995 dallo studioso Edvard Radzinskij, era una specie di magia sessuale basata sulla trasmutazione della pulsione libidinosa in energia nervosa, ma Rasputin, ovviamente, non ne accennò mai se non sibillinamente, parlando di “affinamento dei sensi”.

Un qualcosa di simile è stato postulato molte decine di anni dopo da un serbo, Paul Grégor, in seguito alle sue esperienze tra i macumbeiros brasiliani.

In pratica, Rasputin, anche più volte al giorno in certi casi, aveva degli approcci sessuali con donne di ogni tipo, talvolta senza che queste donne fossero al corrente della pratica messa in atto dallo sciamano siberiano! Lo scopo di questi approcci era quello di contenere la pulsione erotica, di non farla sfociare nel comune coito, ma di lasciarla, per così dire, a “friggersi” nell’aura di uno o di entrambi i partners.

Se la donna o Rasputin stesso “cedevano”, l’operazione tecnica non andava a buon fine e questo, di passata, spiegherebbe perché Rasputin congedava bruscamente moltissime donne, mentre con altre continuava ad intrattenere rapporti intimi.

In un rapporto della polizia segreta che lo sorvegliava, è scritto che Rasputin – frequentatore anche di prostitute di ogni tipo – era entrato nella camera di una meretrice con due bottiglie di birra e si era limitato ad ordinare alla donna di spogliarsi nuda mentre lui la rimirava.

Il Radzinskij, scrittore acuto ma estraneo alle cose esoteriche, ha pensato che fosse la prova che Rasputin in realtà era un impotente.

La spiegazione più confacente, invece, è che si trattava di una tecnica di “amor platonico” nel senso che abbiamo accennato prima.

Probabilmente, dunque, nei radienje dei Flagellanti dovevano esistere due livelli di comprensione della dottrina segreta: quello più esteriore, in cui attraverso un amore di gruppo si sublimava il “peccato”, e quello più interno, in cui si comprendeva che la bramosia erotica doveva venire portata sì al massimo della tensione ma poi riassorbita nel corpo, al fine di procacciare all’iniziato un forte potere magnetico ed estatico.

Se così fosse, si potrebbe dire che le antichissime tecniche di alcuni culti misterici pagani si erano perpetuate fin nel XIX° secolo!

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Rasputin era anche famoso per le sbornie gigantesche che faceva: ingurgitava una quantità prodigiosa di vini pregiati (madera, marsala) ubriacandosi regolarmente.

Tuttavia nessuno è mai riuscito a spiegarsi come facesse ad annullare tutti i sintomi dell’ebrezza alcoolica nel giro di poche decine di minuti! Talvolta, nel pieno di una potente ubriacatura, veniva convocato d’urgenza dalla zarina, e lui si presentava sempre ed immancabilmente sobrio.

Viene da pensare che l’alcool che prendeva gli serviva per propiziare degli stati di coscienza alterati e che il suo Io avesse la capacità di sdoppiarsi e di “mettersi da parte” rispetto alla sua fisicità più corporea.

Nonostante la nomea di crapulone che si era fatto nei suoi soggiorni nei ristoranti più costosi di San Pietroburgo, Rasputin seguiva una sua dieta particolare: non mangiava mai carne né toccava dolciumi o cioccolatini; era sua premura invece di mangiare sempre pesce.

Su Rasputin, all’epoca, gli ambienti della Chiesa Ortodossa avevano fatto circolare un libello calunniatore e voci terribili, che fosse l’Anticristo in persona, un mago nero ed un assassino.

Non c’è nessuna prova certa che possa testimoniare della veridicità di queste accuse. Tuttavia già nel 1840 la polizia zarista aveva acquisito delle testimonianze circa sacrifici umani e pratica di erotismo cannibalico.

Certamente si aveva interesse a demonizzare ogni voce di dissenso religioso, tuttavia le pratiche aberranti di mutilazioni sessuali dei Castrati sono documentate fotograficamente e lo stesso governo comunista russo continuò nell’opera di repressione di queste sette.

Non ci sarebbe quindi da meravigliarsi se tutto ciò – a prescindere da Rasputin – fosse vero.

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La nomea diabolica che la Chiesa Ortodossa appiccicò addosso a Rasputin

Ebbe parte anche nella leggenda che fu fatta circolare sulla sua morte e su cui hanno indugiato delle ricostruzioni cinematografiche.

In realtà, come ha convincemente dimostrato il Radzinskij, Rasputin non morì nel modo che venne riportato nelle testimonianze verbali e scritte rilasciate dai suoi stessi assassini, i quali avevano interesse a nascondere certi particolari e ad ingigantire, appunto, i poteri di Rasputin, tanto da farlo apparire come un vero demonio immortale.

Non si tentò di avvelenare Rasputin con l’arsenico messo nel vino e nei pasticcini ma gli si sparò al petto immediatamente.

Tuttavia i colpi non furono così letali come apparve al suo primo assassino e Rasputin ne approfittò per tentare di fuggire in strada.

Qui venne fulminato dalle rivoltellate di un altro congiurato, poi il precedente sparatore si accanì sulla sua faccia con un “rompitesta” di gomma, sfigurandolo.

Gettato nel fiume Neva ghiacciato, Rasputin pare che ebbe un ultimo sussulto di vita, poiché il suo corpo congelato venne ritrovato nel gesto di chi era riuscito parzialmente a liberarsi dalle corde con cui era stato legato (vedi foto).

Certamente la forte carica vitale del siberiano deve avergli impedito di morire ai primi colpi di pistola.

Morto Rasputin, lo zar e la zarina lo fecero seppellire in segreto sotto l’altare di una chiesa in costruzione.

Dopo pochi mesi però, caduti i sovrani, il suo corpo venne ritrovato e disseppellito dalla soldataglia che pensava di trovare sepolte con lui chissà quali ricchezze e distrutto ignominiosamente: durante uno degli spostamenti, il camion che trasportava la bara esumata si ruppe e chi ne aveva la custodia decise di dargli fuoco ai lati della strada accumulando una grande catasta di legna.

I comunisti in seguito deportarono i familiari di Rasputin, che morirono di stenti. Solo la figlia maggiore riuscì a scampare alla rovina riparando all’estero.

Per una curiosità della storia la figlia di costei divenne inconsapevolmente amica della nipote dell’uomo che aveva sparato e ucciso Rasputin! La nipote di Rasputin morì quindi negli Stati Uniti nel 1974. Nel 1964 morì esule in Finlandia Olga Vyrubova, la vera detentrice dei segreti fra la famiglia imperiale e Rasputin che però non tradì mai.

Rasputin non lasciò un’eredità spirituale, poiché la sua fu l’esperienza di uno staretz, un anacoreta itinerante; forse uno sciamano inconsapevole.

Soltanto dopo la perestroijka di Gorbaciov si sono diffuse in Russia iniziative che tentano di ricollegare Rasputin ad un’ortodossia cristiana pura e integrale; tacendo tuttavia quello che in lui con l’ortodossia cristiana non aveva nulla a che fare.

Prahlad Jani

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Prahlad Jani.

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Il mistero del santone che non mangia e beve da 74 anni.

 

Si accentua in tutto il mondo la curiosità per la notizia del santone Prahlad Jani, 82 anni, che vive da 74 anni senza assumere cibo nè acqua.

Le televisioni di tutto il mondo hanno dedicato un servizio sugli studi che su di lui stanno compiendo i militari indiani alla ricerca della verità.

Vi mostriamo un servizio di Al Jazeera che mostra un video del santone in questione.

Prahlad Jani chiamato rispettosamente Mataji è ricoverato per accertamenti ed esperimenti nell’ospedale Sterling a Ahmedabad in India.

Ha attirato l’attenzione dei militari indiani perchè per sopravvivere non avrebbe bisogno di bere e di mangiare.

Un essere umano mediamente non può resistere più di 3 o 5 giorni senza acqua.Prahlad, asceta, sostiene che non mangia e non bene da oltre 70 anni ma che si nutre della “forza della vita spirituale”.

Le sue capacità, sostiene il santone, provengono da una dea che versa un elisir magico nel suo palato.

Sia vero o no, i ricercatori militari sono interessati a lui e da ben sei giorni lo stanno studiando nell’ospedale di Ahmedabad.

Capire come fa a vivere in buona salute fisica e mentale senza mangiare nè bere potrebbe aiutare i soldati a sopravvivere più a lungo in situazioni senza cibo.

Secondo i medici intervistati dall CNN l’uomo non presenta segni di disidratazione o di fame nonostante non mangia e beve certamente da sei giorni.

Il dott. G.Ilavazhagan, direttore dell’Istituto militare di scienze fisiologiche, ha dichiarato al Telegraph: “Se quanto afferma l’asceta viene scientificamente accertato e verificato saremo in grado di contribuire a salvare vire umane in caso di catastrofi naturali, ad alta quota, in mare e in altre situazioni difficili.

Possiamo educare la gente sulle tecniche di sopravvivenza in condizioni avverse con poco o niente cibo e acqua a disposizione.

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La cosa bella è che gli stessi scienziati e medici che lo hanno analizzato, più di una volta, sono rimasti sorpresi nel vedere che è vero: il Santone,

infatti, grazie a complicate tecniche di meditazione, riesce a sopravvivere senza alcun problema!

Pare, addirittura, che il Santone sia in grado di produrre urina nella sua vescica e di rimandarla in circolo nel suo corpo: la tecnica usata dal Santone si chiama “Breatharianismo“ e pare riesca a dare simili risultati.

 

Per Approfondire.

Per la scienza è ancora tutto un mistero. I medici dell’esercito indiano stanno tenendo sotto osservazione un santone, Prahlad Jani di 83 anni ma chiamato rispettosamente Mataji, per scoprire se sia vera la tesi che sia sopravvissuto più di 70 anni senza cibo né acqua.

Jani, infatti, sostiene di essere stato benedetto da una dea all’età di otto anni e da allora non ha mai mangiato o bevuto nulla. Non è neanche mai andato in bagno.

I dottori, con l’ausilio del centro ricerche della difesa nazionale indiana, stanno monitorando l’uomo per scoprire il suo segreto: al momento si trova in isolamento in una stanza d’ospedale dove uno staff di 30 esperti lo controlla costantemente.

Gli esami stabiliranno se sta dicendo la verità, nell’auspicio che lo studio possa portare alla luce metodi, non ancora documentati, di sopravvivenza in condizioni estreme.

Il dottore Ilavazhagan, direttore dell’istituto militare di scienze fisiologiche, ha detto al Telegraph che per il momento Jani non presenta segni di disidratazione o di fame.

L’uomo, infatti, non sta mangiando o bevendo da sei giorni. «Se quanto dice l’asceta viene accertato e verificato saremo in grado di contribuire a salvare vite umane in caso di catastrofi naturali e in altre situazioni difficili _ continua il medico _ Possiamo educare

le persone sulle tecniche di sopravvivenza in condizioni avverse con poco o addirittura niente cibo o acqua a disposizione.

Gli esami, nell’ospedale nella città occidentale di Ahmedabad includeranno risonanze magnetiche, la misurazione dell’attività cerebrale di Mataji e l’attività cardiaca con elettrodi e altri studi neuropsicologici.

L’inchiesta durerà almeno venti giorni.

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Brethariano

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Le pratiche qui descritte non sono accettate dalla scienza medica, non sono state sottoposte alle verifiche sperimentali condotte con metodo scientifico o non le hanno superate.

Potrebbero pertanto essere inefficaci o dannose per la salute. Queste informazioni hanno solo un fine illustrativo.

Un breathariano (in inglese breatharian, talvolta reso in italiano come brethariano o bretariano) è una persona che sostiene – senza che ciò sia mai stato dimostrato scientificamente – di essere in grado di sopravvivere senza mangiare (talvolta anche senza bere), e di nutrirsi semplicemente “respirando” (to breathe in inglese) prana (la presunta “energia vitale” dell’Induismo) o, in alcuni casi, l’energia del Sole.

Sebbene questo concetto sia correlato principalmente all’ascetismo orientale, diversi sedicenti breathariani hanno sostenuto anche in Occidente questa presunta “pratica”, in realtà molto pericolosa da un punto di vista biomedico.

Fra i più noti sedicenti breathariani si può citare l’australiana Jasmuheen, autrice di libri come Nutrirsi di luce, Ambasciatori di luce e Alimentazione pranica nei quali racconta il suo presunto percorso per “liberarsi” dalla necessità di assumere cibo.

Jasmuheen sostiene di aver sperimentato l’alimentazione pranica fin dal 1993. È “ambasciatrice” del M.A.P.S., movimento che si impegna attivamente per la diffusione del bretharianesimo. Nel 1999 partecipò alla trasmissione australiana 60 minutes che la riprese senza sosta per verificare che non si nutrisse, ma mostrò già al secondo giorno i sintomi della disidratazione.

La signora accusò di essere disturbata dall’inquinamento, e venne quindi trasferita in montagna, dove manifestò una forte disidratazione, problemi a parlare e perdita di peso; il programma fu interrotto su consiglio dei medici che temevano danni ai reni.

È stata citata in diverse pubblicazioni la presunta – e indimostrata – capacità di vivere senza nutrirsi di cibo da parte di alcuni grandi maestri esoterici, quali Babaji, Saint Germain, Elijah, o più recentemente di Giri Bala e Teresa Neumann, che sostengono – senza fornire però prove scientifiche verificabili di aver vissuto gran parte della loro vita senza mangiare né bere.

La posizione unanime della comunità scientifica è di totale scetticismo, data l’impossibilità biologica di sopravvivenza in assenza prolungata di nutrimento.

A pratiche pericolose di questo genere sono state inoltre associate delle casistiche, anche recenti, di persone morte per inedia.

 

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Philadelphia Experiment.

Realtà o Fantasia

Nel 1943 la marina statunitense decise di tentare un esperimento (conosciuto come “Philadelphia Experiment” o “Project Rainbow”) sulla base della teoria del “Campo Unificato” di Albert Einstein.

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Alle 17.15 del 28 ottobre del 1943, uno sconvolgente esperimento venne compiuto a Philadelphia; un cacciatorpediniere, l’USS Eldrige-codice DE 173, scompave con tutto il suo equipaggio mentre era in mare, nei pressi del molo di Philadelphia, e ricompave dopo pochi minuti, a Norfolk, Virginia.

Ancora qualche minuto e la nave scomparve di nuovo, tornando nel molo di Philadelphia, nello stesso punto in cui si trovava precedentemente.

Il progetto, conosciuto con il nome di “Philadelphia Experiment”, aveva lo scopo di rendere invisibili le navi agli occhi dei nemici durante la seconda guerra mondiale.

Per farlo, era necessario generare un campo magnetico di incredibile intensità intorno alla nave stressa, installando nel suo guscio un’apparecchiattura composta da cavi elettrici, lungo tutta la circonferenza dello scafo.

Così, facendo passare una corrente di una certa intensità attraverso questo anello di cavi, si sarebbe creato un campo magnetico in grado di annullare il campo magnetico stesso della nave.

Tale processo, che prende il nome di Degaussing, viene montato standard sui monitor dei computer e sui televisori, per evitare la magnetizzazione del tubo catodico.

Alcuni ricercatori, erroneamente, hanno tentato di rendere invisibile un oggetto partendo dal suddetto principio, ma sottoponendo l’oggetto stesso ad altissimi voltaggi di corrente e applicando all’esperimento la Teoria dei campi unificati di Einstein (che si rivelò, purtroppo, incompleta in questo tipo di applicazione).

Un campo magnetico simile avrebbe dovuto creare una sorta di cupola riflettente, in grado di rendere invisibile, agli occhi dei nemici, ciò che conteneva al suo interno, come accade nei miraggi.

L’apparecchiatura di Degaussing, così modificata, fu installata nel guscio della nave USS Eldrige.

L’esperimento, svolto una prima volta il 22 luglio del ’43, venne ripetuto nell’ottobre dello stesso anno a Philadelphia, ma, mentre nel primo caso si ottenne l’invisibilita della nave, con conseguenze relativamente gravi sui componenti dell’equipaggio, che avvertirono nausea e capogiri, le conseguenze del secondo esperimento furono devastanti.

La nave, questa volta, scomparve realmente dietro un forte flash azzurro, materializzandosi in Virginia e, successivamente, di nuovo nel molo di Philadelphia.

Alcuni marinai scomparvero totalmente, altri impazzirono e 5 di loro furono ritrovati fusi con il metallo della struttura della nave.

Gli uomini che riuscirono a sopravvivere non furono più gli stessi e riportarono conseguenze irreversibili nel sistema nervoso centrale.

Nonostante le numerose testimonianze, a tutt’oggi, tra le annotazioni nel ramo operativo degli archivi del centro storico navale, ripetutamente consultate, non esiste alcun documento che confermi l’evento.

Inoltre, l’esperimento, insieme alla nave, avrebbe “teletrasportato” circa 1900 tonnellate di acqua, per colmare il vuoto lasciato dalla nave, con il risultato di creare una enorme onda che avrebbe sommerso la baia di Philadelphia.

Ma anche di questa conseguenza non esistono documentazioni attendibili.

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La nave avrebbe dovuto essere invisibile grazie ad un fortissimo campo magnetico.

Dopo quasi sessant’anni di silenzio, merita rileggere alcuni particolari della storia comparandoli con avvenimenti del presente.

Parlando degli effetti cui furono sottoposti gli uomini si dice che “sbiancavano”, ovvero divenivano trasparenti fino all’invisibilità.

Si usava il termine “preso nella spinta”, “bloccato nel verde”, quando il soggetto non era più in grado di riapparire senza l’aiuto degli altri che si prodigavano a toccarlo prima che finisse “congelato”.

Un uomo congelato non era più visibile, era “bloccato nella melassa”, “preso nel flusso”.

Occorreva segnare la posizione occupata e il compagno, avvicinandosi al punto, cercava la parte del suo corpo non coperta dall’uniforme, come il viso e le mani, cercando di riportarlo indietro.

Sembra che la Marina abbia speso cinque milioni di dollari per equipaggiamenti elettronici adatti al recupero e avesse un luogo di fonda riservato e speciale.

Adesso c’è chi dichiara che il fatto è veramente avvenuto, ma aveva uno scopo ben diverso da quello apparente.

Le forze toccate, o trattate inavvertitamente, si rivelarono più grandi di quanto immaginato e la situazione sfuggì al controllo finendo in tragedia.

Qualsiasi rimedio cercato non portò a esiti positivi e i morti esigevano il silenzio sull’intera questione.

Non fu intrapreso nessun altro esperimento del genere. Senza saperlo era stato trovato il modo di smaterializzare la materia.

Vi sono alcuni film nei quali, il regista, cerca di raccontare come si muovono le cose.

Ultimamente si è visto con “Contact”, tratto dal bestseller di Sagan.

Tradurlo in immagini non era facile.

Colpisce il modo con il quale è stato rappresentato il passaggio nel tempo e nello spazio nei film come “Stargate” e “Time Coop”. Entrambi i registi, Emmerich nel primo e Peter Hyams nel secondo, visualizzano il punto di passaggio tra le dimensioni in una zona circolare, ove l’aria assume l’apparenza di una membrana vibrante, elastica, quasi appiccicosa, che rende bene l’effetto “melassa” o “flusso” dell’aria ionizzata.

Manson Valentine, dichiarò nel 1974, in merito alla propulsione degli Ufo, che potevano utilizzare reattori di energia a fusione atomica, non a fissione, creando un campo magnetico che permetterebbe alte velocità.

Per questo si vedrebbero Ufo prelevare acqua dai laghi.

Secondo Valentine, nella nostra atmosfera poteva essere utilizzato un velivolo discoidale dotato, tutt’intorno, di generatori a raggi catodici in grado di ionizzare l’aria davanti al veicolo, formando un vuoto entro il quale si muoverebbe l’apparecchio.

Jessup pensava di utilizzare l’energia dei campi magnetici per trasportare materia trasformata, da una dimensione all’altra.

La sua teoria spiegherebbe l’incidente di Mantell che si disintegrò col suo aereo entrando nel campo ionizzato.

Abbiamo notizia dalla rivista New Scientist che ricercatori russi e americani hanno sperimentato un modello di disco volante al Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, vicino a New York, sotto una équipe guidata dagli scienziati Leik Myrabo e Yuri Raizer.

L’avvenimento è riportato anche dal quotidiano “La Nazione” del 16-2-1996: “Il veicolo sarebbe in grado di raggiungere elevatissime velocità con un consumo minimo grazie ad un raggio laser, o a microonde, che, puntato nella direzione desiderata, crea una sorta di cono mobile che lo risucchia.

Il raggio surriscalda lo spazio davanti al disco, fondendo le molecole d’aria che si trasformano in un plasma che fluisce verso il disco e crea un’area a forma di cono in cui l’attrito è minimo”.

Valentine ebbe a dichiarare in una intervista che i motori ionici erano noti fino dal 1918 ma il loro funzionamento veniva tenuto segreto.

I fisici conoscevano bene quali fenomeni potevano derivare dalla generazioni dei campi magnetici ad alta intensità e ne erano spaventati.

Valentine dichiarò che gli scienziati erano concordi nel considerare che la struttura atomica è essenzialmente elettrica, in una complicata interrelazione di energie.

La generazione volontaria di condizioni magnetiche influenza un mutamento di fase nella materia distorcendo l’elemento tempo, che non è indipendente ma fa parte della particolare dimensione materia-energia-tempo, come quella in cui viviamo.

In un universo così flessibile il passaggio da una fase all’altra equivale al passaggio da un piano di esistenza ad un altro; ossia vi sono mondi nei mondi.

Si sospetta da tempo che il magnetismo si un agente attivo in questi mutamenti potenziali e drastici.

L’uso di tale risonanza magnetica equivale al trasferimento della materia in un altro livello o dimensione.

Per Jessup ogni campo elettrico generato in una bobina rappresenta un piano, ma poiché esistono tre piani di spazio ci deve essere un altro piano, forse gravitazionale.

Collegando i generatori elettromagnetici in modo da produrre un impulso magnetico è possibile creare questo campo con il principio di risonanza.

Ne consegue che un campo gravitazionale puro può esistere senza un campo elettromagnetico, ma un campo elettromagnetico non può esistere senza campo gravitazionale che lo accompagna.

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Uno dei tanti misteri legato al triangolo delle Bermuda.

In effetti quali porte ha aperto, anche se casualmente, l’esperimento Philadelfia?

Quali risultati sono stati raggiunti in seguito?

Sono emerse altre storie dalle quali si apprende che gli esperimenti sono continuati. Anche se tutto sembra un racconto fantastico.

L’interesse che ha suscitato l’intera vicenda ha spinto molti ad interessarsene rivelando retroscena interessanti.

Un certo Alexander Strang Fraser, canadese, enuncia una nuova teoria riguardo al campo generato intorno alla nave oggetto dell’esperimento Filadelfia; tale campo non sarebbe stato di natura elettromagnetica ma termico.

Fraser dichiara che attraverso l’utilizzo dell’elettromagnetismo la deformazione spazio tempo avrebbe prodotto enormi anomalie gravitazionali che non sono state registrate nella vicenda.

Analizzando le testimonianze si possono trovare prove a conferma di tale tesi. Allende parla di “bruciature” e di una situazione ottica simile all’effetto dell’aria riscaldata.

Noto effetto miraggio dove gli oggetti appaiono e scompaiono solo otticamente dietro un paravento di aria evanescente e tremolante che rifrange la loro immagine.

L’aria verrebbe riscaldata utilizzando onde soniche di alta intensità prodotte da ultrasuoni che emettono solo un particolare “ronzio” notato anche da Allende.

Quest’ultimo ha parlato anche di “flusso di spinta” che ricorda il vento sonico prodotto da una sirena sonica; vento rilevabile da una persona posta a poca distanza dal meccanismo.

È noto da tempo che le vibrazioni e il calore prodotto dal campo sonico sono nocivi alle persone e quindi per un eventuale equipaggio che ne verrebbe colpito.

Tale utilizzo spiegherebbe anche l’opacità verdastra prodotta, che richiama la nube segnalata nelle sparizioni avvenute nel Triangolo delle Bermuda e nell’esperimento Filadelfia; un fenomeno di suono-luminescenza prodotta dagli ultrasuoni.

Anche Allende parla di questa foschia verde, una nebbia simile ad una sottile nube che lo fece pensare alla foschia delle particelle atomiche, dentro la quale la nave divenne invisibile all’occhio umano, lasciando la sua forma dentro l’acqua del mare.

Tornando a Morris Jessup, egli dichiarò che l’esperimento venne effettuato utilizzando elettromagneti che producono campi elettromagnetici alternati, detti smagnetizzatori; questi, pulsando su frequenze di risonanza, creavano un campo magnetico di forte intensità intorno alla nave.

Vennero usate le onde note come ELF. Frequenze attuate su radiofrequenze causate dall’intenso campo magnetico non alternato prodotto da un magnete. Si tratta della Risonanza Magnetica Nucleare.

In pratica fu prodotto un campo antigravità troppo intenso per uno spazio di poche centinaia di metri.

Nell’esperimento venne usato il campo magnetico terrestre che produce una risonanza nucleare molto densa proprio nella fascia delle onde ELF, studiate da Nicola Tesla.

Singolare che alla sua morte, nel gennaio 1943, tutti i documenti riguardanti tali onde vennero confiscati dall’FBI.

L’esperimento fu effettuato nell’ottobre del 1943.

La risonanza magnetica, che utilizza il campo magnetico terrestre, è applicabile solo in luoghi lontani da campi magnetici artificiali quindi gli esperimenti devono essere effettuati in posti isolati come uno specchio di mare.

Considerando quanto subì l’equipaggio dobbiamo annotare l’influenza delle ELF sul cervello umano; questo spiegherebbe anche la continuazione in segreto degli studi sotto il nome di “Progetto Montauk”, ex “Progetto Phoenix”, che prevedevano il controllo della mente.

In certi momenti dell’anno, quando si creano le giuste temperature, viene generato un gigantesco generatore, ove la Terra è una piastra e l’atmosfera superiore l’altra.

Il campo magnetico terrestre avvolge queste piastre elettrostatiche e quando la Terra si trova in una certa inclinazione rispetto alla velocità della particella di alta energia che carica le piastre di questo condensatore viene travasata nelle zone di uragano.

Questo richiama la teoria di Tesla.

A riprova si può trovare un collegamento fra la tecnologia adottata nell’esperimento Filadelfia e la moderna tecnica medica della risonanza magnetica nucleare, come viene descritta in un’enciclopedia scientifica.

A conferma anche le descrizioni di Alfred Bielek riguardo alle attrezzature consistenti in quattro trasmettitori di RF per produrre un campo di rotazione.

Il componente magnetico dei campi era generato da quattro grandi bobine regolate sulla piattaforma della nave e fatte funzionare da due generatori situati nella stiva.

Inoltre Bielek fa un’affermazione sconcertante: “Anche se alcuni uomini sopra la piattaforma sono stati danneggiati fisicamente, fritti dai campi, attraverso quest’esperimento è stata trovata una cura elettromagnetica per il cancro.

La Marina lo ha nascosto e si rifiuta di rivelarlo perché nel farlo sarebbe come ammettere che l’esperimento Filadelfia è realmente accaduto”.

Berlitz nel suo libro ha scritto: “…una variazione nella composizione molecolare della materia, indotta dal magnetismo intensificato e sonoro, potrebbe indurre un oggetto a sparire spiegando alcune delle sparizioni all’interno del triangolo delle Bermuda”.

Con l’energia negativa e l’antigravità è possibile viaggiare nella luce, nel vuoto, in altre dimensioni e andare indietro nel tempo.

Altri scienziati credono che la risonanza magnetica nucleare e l’esperimento Filadelfia siano connessi.

La risonanza Magnetica è conosciuta anche come “Immagine di Risonanza Magnetica”.

Nei primi anni ‘30, l’Università di Chicago investigo’ la possibilità di raggiungere l’invisibilità tramite, appunto, l’uso dei campi magnetici. Questo progetto fu poi trasferito al Princeton’s Institute of Advanced Studies. La ricerca era segreta e continuo’ fino agli anni ‘40.

Il test conclusivo fu fatto il 28 ottobre 1943. La “Navy”, cioè la marina militare americana ha fornito il diario di bordo della Eldridge ed il suo diario di guerra e non risulta che la Eldridge sia mai stata a Philadelphia (anche se ciò, ovviamente, non costituisce una prova, data la facile falsificabilità del documento in questione).

La Eldridge, secondo il diario di guerra, rimase a New York fino al 16 di settembre, quando parti’ per le Bermuda. Dal 18 di settembre al 15 di ottobre partecipo’ ad operazioni di addestramento e prove in mare.

Il 18 ottobre partì in un convoglio navale per New York e vi rimase fino al primo novembre.

L’uno ed il due novembre venne fatta navigare, sempre in un convoglio, in Norfolk e il tre parti’ per Casablanca, dove arrivo’ il ventidue novembre e rimase fino al ventinove e da dove riparti’ per New York. Arrivo’ a New York il diciassette dicembre.

Dal diciassette al trentuno dicembre viaggiò verso il Norfolk con altre quattro navi. Anche se questa cronologia non é completa (nel senso che il diario di guerra copre un periodo più ampio), copre l’arco di tempo “sospetto”.

Sembrerebbe quindi che la marina non fece mai esperimenti sulla Eldridge, ma il governo ha già effettuato in passato operazioni dette di “cover-up” (copertura) per ragioni di “sicurezza nazionale”; un esempio e’ il “Manhattan Project”.

Questa progetto segreto riguardava la costruzione della bomba atomica e rimase top secret fino a che la bomba fu effettivamente utilizzata.

La marina, alla ricerca di una risposta plausibile, suggeri’ che forse il Philadelphia Experiment era stato confuso con gli esperimenti di invisibilità alle mine magnetiche.

Questo procedimento e’ appunto noto come degaussing. La marina definì il degaussing come:

“…un processo mediante il quale un sistema di cavi elettrici viene installato lungo la chiglia della nave, da poppa a prua su entrambi i lati.

Una corrente elettrica misurata e’ passata attraverso questi cavi per cancellare il campo magnetico della nave.

L’equipaggiamento per il degaussing era installato nella chiglia e poteva essere reso operativo ogni volta che la nave era in acque che potevano contenere mine magnetiche…”

La soluzione del mistero dell’USS Eldrige e del Philadelphia Experiment sembra ancora lontana; nessuno sa cosa realmente sia accaduto, ma molti ne hanno parlato… …. forse, dietro questo forzato silenzio, si nasconde la più affascinante scoperta scientifica del XX secolo, una scoperta su cui, da oltre 60 anni, qualcuno sta ancora lavorando…

L’Astronauta di Palanque

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L’Astronauta di Palanque

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La lastra tombale che ricopriva il sarcofago di Pacal.

 

Nel giugno 1952 un’equipe guidata dall’archeologo messicano Alberto Ruz, impegnata nel restauro di alcune rovine Maya di Palenque (Palenque è solo il nome dato dagli spagnoli durante il loro dominio alla località, il nome antico della città era «Na Chan Caan», letteralmente «La Casa del Serpente Celeste»!), situato nello stato messicano del Chiapas, rinvenne, all’interno di una piramide, il sarcofago di un re Maya di nome Pacal vissuto nel VII secolo d.C..

La scoperta fu fatta quasi per caso in un gruppo di rovine abbandonate da secoli e che la vegetazione, nonché pietre e detriti, avevano coperto quasi completamente.

Dobbiamo tenere presente che Palenque era già stata abbandonata quando vi giunsero i conquistadores.

La spedizione condotta di Ruz si occupò per mesi di questa importante scoperta, ma alla fine i risultali furono veramente sorprendenti.

Per sollevare il coperchio del sarcofago, pesante 5 tonnellate, fu necessario ricorrere a tecniche modernissime e all’interno fu rinvenuto lo scheletro di un uomo alto 1 metro e 73 centimetri con il volto coperto da una maschera di giada.

Si suppone si trattasse del re Pacal e certamente si trattava di un gigante se pensiamo che l’altezza media dei maya era sull’ordine del metro e 50 centimetri.

Di sicuro si trattava di un personaggio di tutto rispetto se a tutt’oggi questa rimane l’unica sepoltura rinvenuta in una piramide americana, e in America del Sud le piramidi finora scoperte sono molte.

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La cosa che però fece più impressione, non appena la si poté osservare con calma, resta senz’altro la grossa lastra di pietra che copriva il sarcofago.

Per interpretarla furono usate le più varie e cervellotiche ipotesi, ma nessuna che fosse soddisfacente.

L’unica che, una volta osservata un’immagine della pietra, fosse plausibile è senz’altro quella che sembra anche la più incredibile e , forse, la più “impossibile”: l’ipotesi della capsula spaziale…! Entrando più nel dettaglio, la scena raffigura un uomo seduto in una sorta di abitacolo, piegato in avanti, con mani e piedi appoggiati ad oggetti di varie forme e dimensioni che ricordano congegni meccanici.

Dietro all’uomo vi è un blocco che fa pensare al “motore” della navicella. Il piede destro sembra essere appoggiato su un pedale ed addirittura l’uomo sembra avere un respiratore collegato al suo naso.

Inoltre, per finire, dalla parte posteriore della “navicella” fuoriescono delle fiamme.

Altra presenza “strana” è l’altrettanto famoso «guerriero maya», un personaggio scolpito su una stele nella stanza del sarcofago, riccamente parato e con in mano uno strano oggetto che potrebbe raffigurare tranquillamente un moderno fucile mitragliatore o un lanciafiamme.

Le caratteristiche somatiche.

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Questo personaggio, raffigurato su una stele, è ufficialmente definito un “guerriero Maya”.

Egli stringe curiosamente nella mano destra uno “strano oggetto” dalla cui sommità escono lingue di fuoco, molto simile ad un moderno fucile mitragliatore qui paragonato proprio all’oggetto del guerriero.

Secondo l’archeologia ufficiale, ed anche secondo il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), il bassorilievo potrebbe essere spiegato come metafora di un sacerdote o di un re raffigurato al momento della morte, durante il passaggio dal mondo dei vivi all’aldilà, stilizzato attraverso dei simboli tipici della cultura Maya, ma, vista la particolarità della raffigurazione, nella quale troppi particolari riportano all’astronautica, sembra che tra le due interpretazioni la meno probabile sia proprio quella ufficiale.

Ovviamente tutto questo appare incredibile poiché si tratta di un reperto archeologico risalente a più di 1000 anni fa, ma basta osservare la pietra tombale per rendersi conto che la spiegazione più incredibile e anche la più soddisfacente.

Certamente pensare ad antichi maya scorrazzanti su razzi spaziali non è facile da dirigere: l’argomento è buono per un mediocre romanzo di fantascienza, ma tuttavia la piramide e la lastra di pietra di Palenque sono ancora là a ricordarci che molte volte la realtà è più incredibile della più incredibile fantasia.

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Veduta della città Maya di Palenque.

Alberto Riuz Lhuillier, l’archeologo che scoprì la tomba di Pacal il grande Situata a 3000 mt di altitudine, nello stato messicano del Chiapas, sull’estremo lembo del confine messicano non lontano dai confini con il Guatemala, la città stato è rimasta quasi invisibile agli occhi umani per secoli, protetta dall’onnipresente giungla e da una nebbia provocata dallo scorrere del fiume Usumacinta, che provoca uno scambio termico con l’aria; già abitata nel corso del I secolo AC, Palenque ha visto crescere il suo prestigio lentamente ma con costanza, fino al massimo splendore che coincide con il regno di Kin Pacal detto il grande, che regnò dal 615 al 683 DC, data della sua morte.

Pacal portò lustro e splendore nella città stato, edificando templi e inaugurando una stagione di prosperità senza precedenti: alla sua morte lo splendore e la magnificenza della città stato diminuirono progressivamente, fino al X secolo, quando come già detto all’inizio la città venne progressivamente abbandonata, fino a diventare deserta del tutto.

Questo è uno degli enigmi che da sempre fanno ammattire gli studiosi; cosa può aver spinto la pololazione locale ad abbandonare un territorio così avanzato dal punto di vista della civiltà, una città ricca di templi, costruzioni e abitazioni?

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Pacal il Grande.

Un catastrofe naturale è poco probabile, visto che avrebbe dovuto colpire non solo gli abitanti, ma anche i manufatti; forse vi fu un’emigrazione di massa di altri popoli che cacciarono i residenti, ma anche in questo caso vien da chiedersi dove siano finiti poi i nuovi abitanti, e sopratutto come abbiano fatto a conquistare la città stato senza intaccarne i monumenti.

L’ipotesi più probabile è un’emigrazione di massa dovuta all’improvviso inaridimento del suolo, che costrinse i Maya a lasciare la zona alla ricerca di un territorio fertile.

Ma ovviamente è solo una supposizione, perchè gli stessi Maya, se lasciarono scritto qualcosa sugli avvenimenti, videro tutte le loro testimonianze scritte distrutte dalla furia iconoclasta degli spagnoli, con i tristemente famosi auto da fè che bruciarono tutta la cultura scritta Maya salvo sporadiche eccezioni.

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Alberto Riuz Lhuillier, l’archeologo che scoprì la tomba di Pacal il grande.

 

Comunque sia andata, Palenque diventò una ghost town, cosa dimostrata dall’arrivo degli spagnoli nel 1519.

I conquistadores, affamati di oro e pietre preziose, giunsero nella città con un piccolo corpo di spedizione guidato da Padre Pedro Lorenzo de la Nada; fu lui a dare il nome di Palenque alla città, traducendo male il nome Maya della città, ricordata dai discendenti del grande popolo che abitavano quella zona nel 1561 come la “terra con forti case, delle case robuste” Pedro Lorenzo de la Nada la chiamò fortezza, Palenque in spagnolo e da quel momento la città stato prese la denominazione che conosciamo ancor oggi; il religioso si integrò bene con la popolazione locale, riuscì a creare una comunità di indigeni locali e li convinse a ripopolare la città.

Lasciò i suoi protetti per tornare in Spagna, dove si preoccupò di costituire uno stato giuridico per la sua gente, portando con se tre campane da mettere nelle chiese che aveva costruito, una delle quali soltanto è sopravissuta fino ai giorni nostri.

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L’ingresso della tomba di Pacal

Palenque ritornò nell’oscurità della storia, prima di essere nuovamente scoperta da Stephens e Catherwood, i due archeologi e viaggiatori che girarono in lungo e in largo il Messico, e che contribuirono in maniera determinante alla riscoperta di Chichen Itza; ma ancora una volta la città stato scomparve dalle cronache, prima di essere scoperta nuovamente, e questa volta in maniera definitiva, nel 1930, quando un gruppo di archeologi capitanati da M. A. Fernandez in collaborazione con F. Blom e Ruz Lhuillier intraprese una campagna di scavi che riportò alla luce tutti i templi più importanti della città, in particolare il Tempio delle iscrizioni.

Ed è qui che quasi vent’anni dopo avvenne un ritrovamento eccezionale, paragonabile per importanza a quello della tomba di Tutankamen, che, come vedremo, porterà a parlare dell “tomba del faraone Maya” Nel 1949 Alberto Ruz Lhuillier stava svolgendo una campagna di scavi sul territorio di Palenque; un giorno, mentre studiava con attenzione i petroglifi sul Tempio delle iscrizioni, che recavano 625 glifi ispirati alla storia del più grande dei capi di Palenque, Pacal, vide un passaggio segreto nel suolo, ostruito da macerie.

Con il fiuto che accompagna sempre l’archeologo di razza, Lhuillier intuì che quel passaggio doveva portare a qualche cosa di importante.

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Iscrizioni sulle pareti della tomba

 

L’intuizione si trasformò in certezza quando l’archeologo vide che sotto le macerie c’erano delle scale; ma dovette attendere tre anni, prima di vedere la sua curiosità appagata; il tempo necessario a rimuovere le oltre 300 tonnellate di macerie che ostruivano il percorso.

Ma fu un’attesa premiata con una scoperta che rivoluzionò le conoscenze ul mondo Maya; perchè al termine di quella scalinata c’era una sala a volta, con al centro un sarcofago decorato, chiuso da una pesante lastra (5 tonnellate); sui lati della stanza, sulle pareti, erano raffigurati 9 dignitari; la stanza stessa misurava 9 mt di lunghezza, 4 di larghezza e 7 di altezza.

Quando venne rimosso il pesante coperchio, all’interno del sarcofago si rinvenne il corpo di un uomo, sul cui volto c’era una splendida maschera di giada.

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La maschera funeraria in Giada di Pacal.

 

Era il corpo di Pacal il grande, sepolto con tutti gli onori, come il faraone egizio Tutankamen, come lui con il volto coperto da una maschera di straordinaria bellezza; come Carter rispose sinteticamente a Lord Carnavon “Vedo cose meravigliose”, così Lhuillier rispose sinteticamente a chi gli chiedeva dell’emozione provata nel momento in cui venne sollevata la pesante lastra tombale di Pacal.

“La prima impressione fu quella di contemplare un mosaico verde, rosso e bianco, ma poi il mosaico si scompose in dettagli e vidi ornamenti di verde giada, ossa e denti dipinti di rosso e frammenti di una maschera“

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Veniva quindi smentita la teoria che voleva le piramidi utilizzate solo a fini religiosi o politici; la cripta contenente il sarcofago di Pacal stava a dimostrare clamorosamente il contrario.

La eco della scoperta mise in subbuglio il mondo impolverato degli archeologi, sempre poco disponibili a rivedere le loro teorie; ma buona parte dello stesso mondo si schierò a difesa dell’autenticità del corpo di Pacal quando alcuni misero indiscussione l’identità del corpo ritrovato.

La principale obiezione riguardò lo stato di corrosione dei denti, che non corrispondevano ad un uomo di ottantanni; tuttavia non va dimenticato che Pacal non era un uomo qualsiasi del suo popolo.

Era un sovrano con dignità pari a quella di un dio, e con molta probabilità non doveva certo nutrirsi di mais o carne dura.

Ma la polemica più grande, quella che ebbe più vasta eco, riguarda la strana decorazione della lastra tombale del “faraone di Palenque“; la raffigurazione di Pacal, che ascende dal mondo terreno per avviarsi a diventare un dio venne scambiata per un astronauta che è a cavalcioni su un veicolo spaziale.

Uno dei primi a parlare dello “sconvolgente rinvenimento” fu lo scrittore Erich von Däniken, una specie di scienziato della domenica specializzato nell’elaborazione di fantasiose teorie che spiegano, attraverso l’intervento alieno, tutte quelle cose che richiedono conoscenze approfondite o studi completi.

L’ameno scrittore svizzero sostiene da tempo che sono stati gli alieni a contribuire all’edificazione delle piramidi e della sfinge, che sempre gli alieni sono intervenuti massicciamente per influenzare le civiltà Maya, Incas, Azteca, quella dell’isola di Pasqua e via dicendo, arrivando anche a vedere gli alieni dietro le apparizioni mariane di Lourdes e Fatima.

Accanto a lui va citato l’italiano Kolosimo, scomparso da tempo; lo stesso fervore “interventista alieno” pervade gli scritti di Kolosimo, che sposò la tesi stravagante di Von Daniken.

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Parte superiore della stele.

Il Queatzcoatl, il serpente piumato (il passaggio allo stato di Dio).

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Parte centrale della stele.

L’albero della vita (la vita terrestre).

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Parte inferiore della stele.

Il mostro della terra.

La probabile spiegazione della lastra tombale.

 

In realtà guardando la lastra funeraria di Pacal, si scorgono elementi classici della religione Maya; c’è il mostro della terra, una pianta di mais (alimento fondamentale dei Maya), l’uccello piumato, il queatzl, comune amche agli Inca, che simboleggia l’essenza stessa della vita.

Ovviamente i cultori del mistero si sono affannati a spiegare con l’intervento alieno la non comune raffigurazione tombale.

Dimenticando, per esempio, che Pacal è raffigurato con addosso solo il perizoma, abbigliamento con il quale, fosse stato alla guida di un veicolo spaziale, avrebbe potuto al massimo alzarsi dal suolo per pochi metri.

Non solo; la raffigurazione è limitata solo alla lastra tombale, e se fosse stato vero un incontro ravvicinato tra i Maya e presunti alieni, sarebbe rimasta qualche traccia sulle pareti della tomba, sotto forma di documentazione, vista la rilevanza della cosa.

Del resto nel Tempio della croce, per esempio, elementi religiosi presenti sulla lastra tombale di Pacal sono raffigurati su alcune pareti.

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Piantina della Citta Maya.

Tornando a Palenque, il sito presenta numerosi monumenti degni di grande attenzione.

In primis va citato il gruppo costituito da tre templi, il Tempio della Croce, quello della Croce Fogliata e il Tempio del Sole, edificati sotto il governo del figlio del grande Pacal, quello di Chan Bahlum (o Chan Balám – Serpente Giaguaro), salito al potere lo stesso anno della morte del padre, il 683.

Siamo nel periodo di massimo fulgore dell’architettura Maya, e i risultati sono visibili; il Tempio della Croce presenta la complessa struttura delle consegne del potere da parte di pacal al figlio, simboleggiata dall’albero della vita, che affonda le radici profondamente nel terreno, nel regno del sotto mondo, che presenta il tronco in superficie a simboleggiare la vita terrena e infine le foglie e i rami che simboleggiano il cielo e quindi la natura divina del re.

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Particolare del Tempio dei teschi.

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Altare sacrificale davanti al Tempio delle iscrizioni.

Nel Tempio della Croce Fogliata sono presenti le stesse allegorie, impreziosite dalla rpesenza del mais, fonte di vita come l’acqua;  Il Tempio del Sole si distingue invece per le allegorie dedicate alla guerra, vista la presenza di rilievi raffiguranti giaguari.

Anche a Palenque è presente il tradizionale campo per il gioco della palla, la cui complessa ritualità è ancora oggi fonte di studio (per la descrizione del rituale sportivo/religioso simboleggiato dalle strutture vedere l’articolo su questo blog dedicato a Chichen Itzà).

La parte centrale di Palenque è occupata dal Palacio, un complesso di più strutture che contiene splendide raffigurazioni di battaglie, ritratti di sovrani precedenti, e che venne edificato in più di cento anni, aggiungendo alla struttura originaria altri edifici dedicati probabilmente non solo all’esaltazione del potere, ma che fungevano da centro amministrativo e di giustizia.

La regina Zak Kuk, madre di Pacal, fece decorare l’interno degli edifici anche con simboli del calendario; particolarmente importanti sono i glifi studiati da Heinrich Berlin, che rivelarono come in una specie di Stele di Rosetta i nomi dei sovrani che si erano alternati nella guida della città.

Una delle sorprese che attendevano gli archeologi era rappresentata dalle vistose colorazioni degli edifici, adesso perdute, ma presenti ancora in tracce sulle costruzioni; abbondavano i colori come il giallo, il verde e il blu, oltre al rosso mattone che decorava gli esterni degli edifici.

Palenque deve davvero molto a Alberto Ruz Lhuillier; l’uomo si dedicò anima e corpo al restauro e alla conservazione del sito, tanto che dopo la sua morte venne sepolto all’interno della città, di fronte al Tempio delle iscrizioni.

Fu lui a far lievitare l’interesse per il sito archeologico, grazie alla citata scoperta della tomba di Pacal.

Oggi il sito è meta di un incessante pellegrinaggio di turisti, attirati dal fascino misterioso della città Maya, conservatasi splendidamente nonostante le ingiurie del tempo.

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Il sistema numerico Maya.

Firenze: l’U.F.O. “Dipinto”

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Firenze: l’U.F.O. “Dipinto”

Nella sala di Ercole è custodita una Madonna rinascimentale chiamata popolarmente Madonna dell’Ufo per via di un oggetto volante “non identificabile” dipinto nel cielo sullo sfondo.

Si tratta di un qualcosa grigio che emette dei raggi dorati, al quale guardano due figurine sullo sfondo.

Madonna ufo

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Non vi è visitatore al mondo che parta da Firenze, senza aver visto Il Palazzo della Signoria , più noto come Palazzo Vecchio da sette secoli ed oltre simbolo del potere civile della città di Firenze.

Eretto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo per ospitare i Priori delle Arti e il Gonfaloniere di Giustizia, il supremo organo di governo della città, nel corso del tempo è stato oggetto di numerosi interventi di ampliamento e trasformazione.

Il suo aspetto attuale si deve in massima parte alle grandiose opere di ristrutturazione e decorazione degli interni che vi furono eseguite nei decenni centrali del XVI secolo, per adeguarlo alla nuova funzione di reggia ducale alla quale Cosimo I de’ Medici lo aveva destinato.

Ma non vogliamo dilungarci più di tanto sull’architettura superba di questo palazzo che giustamente è oggetto di attenzione ed ammirazione in tutti i libri di storia dell’arte pubblicati nel mondo.

Desideriamo piuttosto concentrare l’attenzione su una delle tante opere esposta nel museo del palazzo della Signoria: la Madonna con Bambino e San Giovannino, esposta per l’appunto nella Sala di Ercole a Palazzo Vecchio a Firenze, ed attribuita spesso a Filippino Lippi.

Secondo gli storici dell’arte l’attribuzione è invece incerta, alcuni propendono per il cosiddetto “Maestro del Tondo Miller”, altri invece, seguendo la descrizione della scheda del Museo, indicano Sebastiano Mainardi o Jacopo del Sellaio.

Da molti è definita comunque la “Madonna dell’UFO” o “Madonna del disco volante. Quale è la ragione di questo inusitato accostamento? Il motivo è che nella scena in alto a destra compare, dietro le spalle della Madonna, la testimonianza di un “incontro ravvicinato” con un oggetto volante non identificato.

Nella scena in questione vediamo un personaggio che, con una mano sulla fronte, guarda verso una apparizione nel cielo.

Con lui è un cane e anche l’animale guarda verso lo strano oggetto Gli ufologi trovano in questo celebre dipinto la conferma dell’esistenza sin dal passato di oggetti non identificati cioè gli UFO.

Secondo gli storici dell’arte invece quell’oggetto non sarebbe altro che la “nube luminosa” descritta nell’apocrifo Protovangelo di Giacomo, che avrebbe illuminato la scena della Natività.

Il dibattito è aperto e certamente non si giungerà ad alcuna conclusione certa, Di certo vi è soltanto che ci troviamo di fronte ad una mirabile opera pittorica che si fa ammirare anche per il curioso oggetto che libra in cielo.

Quando si parla di ufologia generalmente va menzionato il signor Kenneth Arnold, l’uomo che il 24 Giugno 1947 dichiarò pubblicamente di aver visto dei “dischi volanti” mentre era in volo sul Monte Rainier, Washington.

Questo episodio non solo è stato. l’inizio di una lunga serie di “casi ufologici”, ma è soprattutto servito a dare inizio a uno studio approfondito del problema; studio che tra l’altro ha portato alla scoperta di numerosi reperti che fanno pensare ad una origine molto più antica, delle “manifestazioni UFO”.

Ce Io testimonierebbero le raffigurazioni di strane creature caratterizzate dall’abbigliamento assimilabile a scafandri o tute che ricordano quelli usate dai nostri moderni astronauti: dal cosiddetto “astronauta di Palenque” ai graffiti rilevati da Aimé Michel nelle grotte franco-cantabriche, che mostrano strani oggetti a forma di piatto che volano lasciando dietro di sé una scia; e potremmo continuare all’infinito.

Questi ed altri reperti fanno presagire ad uno stretto legame tra l’uomo e creature estranee in vari momenti della nostra storia.

Avvicinandosi al nostro secolo e all’argomento che intendiamo trattare è interessante notare come numerosi pittori, anche di una certa fama, hanno realizzato alcune opere con presumibili contenuti ufologici.

  Madonna_disco_volante 

Madonna_PalVecchio 2

Il quadro è appeso in un angolo di una piccola sala all’ultimo piano di Palazzo Vecchio, sede di uno dei più prestigiosi musei della Toscana e d’Italia .

Si tratta di un “tondo”, le cui dimensioni (diametro circa 1 mt.) e la cui cornice di legno, intarsiata e dorata a formare un elegante motivo di fiori e frutta (dominante dalla metà del ‘400), lo ascrivono certamente ad un ambito di committenza privato.

Vi sono raffigurati: la Madonna, Gesù e San Giovannino, inseriti in un paesaggio campestre sullo fondo del quale si scorgono due pastori (non uno, come si dice di solito), un cane e un piccolo gregge.

Fin qui, niente di strano: centinaia di opere come questa furono realizzate dalle attive botteghe fiorentine del ‘400 per arredare le case di facoltosi mercanti, banchieri, nobili ed ecclesiastici della Toscana.

Eppure qualcosa di strano c’è: che cosa stanno infatti osservando il pastore in piedi e il cane che siede vicino a lui? Lontano, nel cielo sopra di loro, compare uno strano “oggetto volante” dal colore plumbeo e dalla forma ovale; l’oggetto sembra in movimento ed ha una corona di sfere in basso, mentre in alto è caricato da alcune sporgenze puntute, simili ad antenne.

Un UFO? All’epoca in cui il dipinto è stato realizzato non esistevano certo macchine volanti (anche se di lì a poco Leonardo da Vinci, 1450-1519, avrebbe cominciato a progettarne!).

E’ comunque da escludere che il pittore di questo quadro (un allievo di Filippo Lippi?) avesse un’idea di cosa fosse un Ufo; anzi, si può essere quasi certi che a quel tempo nessuno potesse ipotizzare l’esistenza degli extra-terrestri.

D’altra parte, però, che l’oggetto volante possa essere collegato al soggetto generale del dipinto, mi sembra altrettanto improbabile: cosa può legare il gruppo sacro di Maria, Gesù e San Giovanni con lo strano evento che si consuma lontano, alle loro spalle? La curiosità e i gesti del pastore, il quale con una mano si copre la fronte per vederci meglio, non sembrano consoni a un evento mistico o religioso.

Ma anche se così fosse, se cioè l’oggetto misterioso rappresentasse una metafora a sfondo sacro, com’è possibile che un pittore del ‘400 abbia scelto di coinvolgervi l’attenzione e la curiosità di un cane? Il dipinto è stato analizzato diverse volte, sia in Italia che negli Stati Uniti: non ha subito ridipinture o altri interventi, insomma non sarebbe una “bufala”.

Nel 1978 un architetto si accorse, per primo, del curioso oggetto “volante” dipinto nel quadro; da allora gli ufologi lo hanno preso a emblema dell’avvistamento di Ufo anche in epoche passate mentre gli scettici sono rimasti tali.

I primi sostengono che il pittore abbia voluto riprodurre sulla tavola un evento straordinario capitatogli in precedenza o che lo stesso pittore, che qualcuno identifica in Filippo Lippi, fosse così stravagante da inserire capricciosi oggetti nelle sue opere.

Madonna_PalVecchio_nube

Madonna_PalVecchio_Past_Nube  Madonna_PalVecchio_Pastore

Madonna_PalVecchio_Stella

 

Queste tesi a mio avviso non reggono, prima di tutto perché in questo quadro non c’è la mano di Lippi, semmai di un suo allievo; ma c’è un altro motivo: nel ‘400 tutti i quadri erano realizzati su precisa commissione, e i committenti erano spesso raffinati, sempre esigenti: erano loro a indicare all’artista ciò che doveva comparire nel quadro: nessun artista si sarebbe preso la licenza di inserire nel dipinto un elemento tanto bizzarro quanto ingombrante come un disco volante (o qualunque cosa sia!).

Se proprio vogliamo divertirci a fantasticare, dobbiamo semmai interrogarci sul committente: immaginiamo che un ricco mercante del ‘400 si trovi in aperta campagna insieme al proprio cane – magari durante una battuta di caccia – e che si trovi ad assistere al passaggio di uno scuro oggetto volante… Il bagliore del sole è talmente forte da obbligarlo, per non esserne abbagliato, a coprirsi la fronte con il palmo della mano.

Immaginiamo che, una volta tornato a casa con il cuore in gola, convinto di aver assistito ad una manifestazione divina, si rechi dopo qualche giorno da un bravo pittore e gli chieda un’opera devozionale con Gesù, Maria e San Giovanni (che tra l’altro è il santo protettore di Firenze…), e in cui compaia anche l’evento “trascendente” cui ha assistito.

Così da non dimenticarlo: come una foto, ma in differita. Potrebbe essere andata così o in mille modi diversi; tuttavia, secondo me, la chiave dell’enigma è nel committente, dal quale però ci separa un silenzio di cinque secoli.

In fondo è meglio così: che si tratti di un Ufo o di una meteora, che gli Extra-terrestri siano arrivati o meno nella Toscana del ‘400, una cosa è certa: senza quel suo strano oggetto volante, il quadro non avrebbe avuto l’ottimo restauro che invece gli è stato dedicato e probabilmente ora non sarebbe esposto in una sala del prestigioso museo di Palazzo Vecchio.

Io, poi, non avrei potuto parlarvene.